L’ha detto limpidamente, esponendosi alle critiche senza paura, certa di affermare una cosa vera: avere figli e fare una carriera di artista – così come la intende lei, una vocazione ascetica e totalizzante – sarebbe stato impossibile. Per questo, Marina Abramovic ha scelto per ben tre volte di abortire. Non per cinismo, non per indifferenza alla maternità, piuttosto – da come lo racconta – per la consapevolezza che non sempre si può avere tutto nella vita e che occorre fare delle scelte: come quella, probabilmente particolarmente sofferta, comunque rispettabile, tra avere figli e proseguire la sua carriera di performer.

Si potrebbe obiettare alla Abramovic che la maternità è un’esperienza creativa, che non può che arricchire un’artista, dandole nuovi spunti per le sue opere. Ma anche in questo caso si peccherebbe per scarso realismo e poca conoscenza del mondo dell’arte: il dilemma degli artisti è sempre stato quello tra vita e opera (quanto dedicare alla vita e quanto all’opera) e moltissimi tra di loro, ad esempio gli scrittori, avvertendo tragicamente che il tempo è poco e che per affermarsi occorrono dedizione assoluta e abnegazione, hanno sacrificato esperienze importanti per la propria esistenza. Valeva ieri e vale anche oggi: il mondo dell’arte contemporaneo è difficile, competitivo, e Abramovic ha raggiunto la fama grazie a performance spesso estenuanti, nella preparazione e nell’esecuzione.

Ma quello che l’artista Abramovic ha detto del conflitto tra carriera e maternità è vero anche per tutte noi. I giornali sono pieni di storie di donne top manager, Ceo di società statunitensi da milioni di dollari. Ma nessuno dice la verità e cioè che si tratta di eccezioni, di donne che hanno avuto molta fortuna oppure hanno fatto sacrifici pesantissimi per poter conciliare maternità e carriera. Inutile nascondersi dietro un dito: avere un figlio è un’esperienza totalizzante anch’essa, che richiede anni di dedizione e cura. Un bambino piccolo ha bisogno di tutto, di essere cambiato, allattato, fatto giocare, curato quando malato, 24 ore su 24. Quando cresce subentrano gli accompagnamenti a scuola, alle attività sportive, ma anche meno banalmente un lavoro di educazione fatto di dialogo, ascolto, di esperienze comuni che portano via tantissimo tempo. Questa attività faticosa – anche se meravigliosa – si scontra frontalmente con le esigenze del lavoro, specie quando quest’ultimo è precario, frammentato, deprivato di tutele.

Ma anche quando si è già ai piani alti, e con un buon contratto – sebbene le statistiche dicano chiaramente che chi ha un contratto stabile tende a fare più figli – avere uno o due bambini può diventare un’esperienza ardua, sfiancante, tanto che non sono poche a gettare la spugna: scegliendo di non avere figli, come la Abramovic appunto, oppure accettando un’esistenza sull’orlo della follia, dove si rischia di perdere la salute mentale e fisica essendo costrette a conciliare magari dieci ore di lavoro con la cura dei propri figli, che solo in parte può essere davvero delegata a terzi.

Si era alzata alle tre di notte per aprire la pescheria la donna di Livorno che poi alle sette di mattina ha dimenticato la bambina in macchina, con conseguenze purtroppo mortali. Una vittima senza dubbio anche del conflitto tra lavoro e maternità, anche se sono più frequenti i casi di padri che dimenticano i bambini in macchina (ma anche per loro vale un discorso non dissimile: stanchezza e fatica genitoriale posso essere micidiali).

In breve, la Abramovic ha detto con autenticità ciò che tutti si affannano a negare, anche attraverso storie che si vorrebbero rendere emblematiche di donne ai vertici dello Stato e delle aziende: e cioè che quello di mettere insieme lavoro e figli, la famosa conciliazione facile solo in rare zone del pianeta come i paesi scandinavi, è un compito arduo. E che negare che la maternità freni la carriera è semplicemente falso, basta considerare banalmente quanto brevi sono le nostre giornate e insieme i nostri anni di vita adulta e attiva.

Quello della Abramovic non è un inno all’aborto, tutt’altro. Semmai è la denuncia di un problema, espressa non astrattamente e intellettualmente, ma attraverso il racconto di un fatto intimo e privato. No, we cannot have it all, non possiamo avere tutto. Specie in un paese avaro con le donne come il nostro, dove infatti i figli non si fanno più e il lavoro per le donne giovani è sempre di meno. E per ora non sarà una sindaca di Roma – comunque benvenuta – né alcune giovani ministre a cambiare la difficile realtà.