La decisione del Ministero dell’Istruzione di confermare quanto previsto dal testo della riforma della Scuola circa la cosiddetta “chiamata diretta” dei docenti da parte dei presidi, è per me una positiva sorpresa. Probabilmente al Miur devono aver fatto due calcoli e hanno capito che l’arzigogolato meccanismo immaginato dai sindacati di categoria alcuni giorni fa, che mi aveva spinto a scrivere questo post, garantiva l’impossibilità di coprire diverse cattedre per l’inizio del prossimo anno scolastico. E nonostante questa semplificazione, i tempi rimangono strettissimi.

Così il Miur è tornato felicemente su un meccanismo di parziale chiamata diretta. Siamo ancora lontani dalla chiamata diretta vera e propria, quella in vigore in Regno Unito e altri Paesi occidentali, aperta a tutti i docenti abilitati sia inglesi che stranieri purché sappiano scrivere una lettera di presentazione, un curriculum e abbiano l’abilitazione del National College for Teaching and Leadership. Nel caso italiano, come ha spiegato Corlazzoli in questo suo articolo, la scelta dei presidi sarà invece vincolata su due livelli: ambito territoriale dei docenti e piano dell’offerta formativa della scuola, da cui derivare le caratteristiche dei prof da assumere.

Il meccanismo di assunzione sarà dunque molto semplice e meno lontano dal resto del mondo lavorativo italiano. L’enorme differenza col mondo del lavoro privato? Nessun docente di ruolo rimarrà disoccupato: i prof non assunti da nessun DS saranno assegnati d’ufficio dal provveditorato a una delle scuole del proprio ambito territoriale.

Interagendo con un po’ di colleghi sui gruppi Facebook (il migliore di tutti rimane PSN – Formazione docenti neoimmessi in ruolo) mi è stato possibile capire meglio quali sono i timori di molti docenti davanti a questa novità europea della chiamata quasi diretta.

Al primo posto c’è l’atavico timore italico per la corruzione o l’incompetenza di chi è chiamato ad assumere decisioni e responsabilità. La grande maggioranza dei docenti teme che i presidi assumano non sulla base delle competenze, ma sulla base di favoritismi vari. Ora, che questo in Italia sia un problema sarebbe sciocco negarlo. Però trovo che troppo spesso si dimentica che i presidi sono gente come noi, spessissimo ex docenti che hanno vinto un concorso pubblico da Dirigenti scolastici. Quindi fra loro c’è lo stesso livello di competenza e di onestà che c’è tra i docenti. Ai docenti che temono per la corruzione dei DS dico: non è possibile pensare di essere gli unici lavoratori onesti e competenti in Italia, circondati da una massa di raccomandati e di inetti. Non è così: c’è vita sulla Terra.

Visto che l’Italia è al 61° posto al mondo su 200 per corruzione secondo la classifica di Transparency, ci sarà senza dubbio una percentuale di DS che farà scelte deleterie. Qui, e il mio è un appello al ministro Giannini, dovrà vigilare il Miur attraverso i suoi (oggi troppo pochi) ispettori: occorrerà mettere in piedi un istituto simile al britannico OFSTED, che ogni anno o due va scuola per scuola a fare un quadro della situazione, ascoltando i pro e i contro intervistando preside, docenti, studenti, genitori. L’Ofsted alla fine rilascia una vera e propria pagella a ogni scuola, preziosa per le famiglie per decidere dove iscrivere i loro figli. L’Ofsted naturalmente ha potere di rimozione dei presidi che sono mal valutati.

Sono poi altrettanto certo che la grande maggioranza dei presidi italiani (che per la cronaca, al 60% è donna) farà del suo meglio per assumere proprio le professoresse (sono donna l’88% dei docenti) di cui ha bisogno la sua scuola: aggiornate, brave pedagoghe, in grado di tenere corsi in lingua straniera al pomeriggio nell’ambito del progetto CLIL, con specializzazioni sul sostegno, con certificazioni aggiuntive per insegnare informatica e così via.

Il secondo timore di molte docenti è invece meno giustificabile. Si tratta spesso di persone che non hanno mai dovuto scrivere un curriculum o una lettera professionale di presentazione, e questi nuovi doveri le mandano in ansia. Parliamo però di doveri banali per quasi tutti i lavoratori: è come funziona il mondo reale. Sui gruppi Facebook dei docenti è invece tutto un chiedere a quale tipo di formato di CV occorre uniformarsi, se si devono allegare foto o no, come si crea un formato PDF (!). Non comprendo questa necessità di uniformarsi a un modello, mi pare una mentalità più da travet che da libera e autonoma insegnante. Un curriculum è un documento preciso: deve essere chiaro, razionale, breve e deve far risaltare e risultare il candidato attraverso il suo percorso educativo e professionale. Se volessi fare il fotomodello (povero me), di certo sarebbe indispensabile allegare una mia foto a formato intero, o magari proprio un book fotografico, ma se voglio fare il professore di Chimica, mi sa anche no. Occorre aver vissuto all’estero per capirlo?