Il ministero dello Sport russo, i servizi segreti e l’Agenzia antidoping di Mosca erano coinvolti oltre ogni ragionevole dubbio in un sistema di copertura del doping dei loro atleti, denominato “Scomparsa della positività”. È l’accusa della commissione investigativa indipendente della Wada, l’agenzia antidoping internazionale, che ha indagato sulle Olimpiadi di Sochi 2014. I risultati sono contenuti in un dossier di 97 pagine pubblicato nel pomeriggio e presentato dal presidente degli ispettori McLaren. Il modus operandi della Russia, sotto “la direzione, il controllo e la supervisione del ministero dello Sport”, è inequivocabile e coinvolge molteplici discipline sportive, non solo l’atletica come si evinceva già dal report diffuso a novembre che è costato l’esclusione da Rio.

Alla luce di quanto ha reso noto oggi la Wada, il rischio è che il Cio decida di proibire la partecipazione della Russia dai prossimi Giochi in ogni sport. “Tutte le provette analizzate – si legge nel report – presentano segni di manipolazione”, che sarebbe avvenuta per mano degli agenti del FSB, i servizi segreti di Mosca. E l’alterazione non riguarderebbe solo le Olimpiadi di Sochi, ma anche i Mondiali di atletica di Mosca nel 2013 e i mondiali di nuoto a Kazan dello scorso anno. “Il vice ministro dello Sport russo – ha spiegato McLaren in conferenza stampa – aveva contezza delle positività riscontrate e sceglieva gli atleti da coprire o meno. Appare quanto meno inverosimile che il ministro Vitaly Mutko non fosse a conoscenza di nulla”. Parole pesantissime. Per la Wada, insomma, era doping di Stato. Almeno a partire dal 2010. E viste le pressioni già partite da alcuni comitati olimpici – tra cui quello statunitense, tedesco e francese – la decisione del Cio sulla presenza o meno della Russia in Brasile appare davvero a rischio.

Coperte 578 positività di 312 atleti – Tra il 2011 e il 2015, secondo la Commissione, la Russia avrebbe coperto 578 positività. Centotrentanove di queste sono riferibili all’atletica, 117 al sollevamento pesi, 37 a discipline non olimpiche, 35 agli sport paralimpici. Seguono lotta, canoa, ciclismo e pattinaggio con 28, 27, 26 e 24 provette alterate. Diciotto, invece, riguardano il nuoto, 11 il calcio tra cui un giocatore straniero della Russian League che “è stato coperto per volere diretto di Mutko”. Tra gli sport con doping mascherato risultano anche basket, volley, vela, tennis tavolo, curling e beach volley. Alcuni di questi test non ottennero l’ok alla copertura, quindi depurando i dati sono 312 i nazionali russi che hanno beneficiato del sistema di manipolazione delle positività. “Molteplici” le medaglie olimpiche di Sochi, ha spiegato McLaren, che non ha voluto specificare quante siano. Secondo il racconto dell’ex capo del laboratorio antidoping Rodchenkov, divenuto uno delle fonti più credibili della Wada, sarebbero 14 quelle sporche, quattro delle quali d’oro.

Come funzionava il sistema – La ricostruzione della Wada è dettagliata. Tutti i test positivi venivano portati al viceministro dello Sport, “in totale violazione agli standard internazionali per i laboratori della Wada”, correlati del nome dell’atleta. Spettava poi al vice di Mutko, Yuri Nagornykh, decidere. Il verdetto arrivava con una comunicazione codificata: “Salva” o “Quarantena”, era la risposta del numero due dello sport russo. Sottolineando che gli atleti salvati erano quasi tutti “da medaglia o che potessero aspirare a essa”, scrive la Wada, a quel punto se il governo aveva ordinato di risparmiare lo sportivo, nel portale Adams, il sistema di gestione antidoping dell’Agenzia internazionale, veniva inserita la negatività e contestualmente veniva falsificato il risultato di laboratorio. Così “beneficiando della copertura determinata e diretta del viceministro, l’atleta avrebbe potuto continuare a competere in maniera sporca”.

Il metodo nato dopo Vancouver 2010 – Dopo i pessimi risultati alle Olimpiadi invernali di Vancouver 2010, con Sochi già designata per l’edizione successiva, la Russia mette su il sistema. È allora che viene nominato Nagornykh, “su ordine di Vladimir Putin” scrive la Wada. Il nuovo viceministro è anche membro del Comitato olimpico russo e riferisce costantemente a Mutko, nominato da Medvedev nel 2008 e presidente del comitato organizzatore della Coppa del Mondo di calcio che si terrà in Russia nel 2018. A fare da tramite tra gli esperti di laboratorio e Nagornykh, ricostruisce la Wada, c’erano tre persone. L’attuale consulente di Mutko su tutte le questione connesse all’antidoping, Natalia Zhelanova avrebbe svolto il ruolo di ponte fino al 2012. Poi è toccato ad Alexey Velikodniy, impiegato di una struttura parallela al ministero, che ha seguito la copertura degli atleti positivi dal 2013 fino alla chiusura del laboratorio nel 2015. Contestualmente anche dal dottor Avak Abalyan, ora vicedirettore del Dipartimento dell’Istruzione della Scienza, ha fatto da tramite tra il laboratorio e il viceministro.

Il ruolo dei servizi segreti – Il laboratorio Antidoping di Mosca “è stato effettivamente stretto nelle fauci” e “il suo personale non aveva modo di agire in maniera indipendente“, scrive la Commissione. A controllare il tutto c’erano anche i servizi segreti. Gli agenti Fsb, l’ex Kgb, hanno svolto un ruolo di primo piano sia a Sochi che nella manomissione dei campioni di urina prima che queste venissero inoltrate ai laboratori della Iaaf. “Avevano sviluppato un metodo per aprire surrettiziamente le provette per permettere lo scambio. Questo passaggio è stato la chiave di volta – scrive la Wada – per lo sviluppo di una banca dell’urina pulita, una fonte a cui attingere i campioni per lo scambio”. In questo caso la figura chiave era Irina Rodionova, attualmente vice direttrice del Centro di preparazione delle squadre nazionali, organizzazione subordinata al ministero dello Sport. Rodionova era anche membro del Comitato olimpico russo durante Sochi 2014 come capo del monitoraggio e gestione dei medici antidoping e aveva un ruolo simile anche durante le Olimpiadi di Londra. Un sistema perfettamente architettato che ha eluso anche la presenza degli ispettori internazionali a Sochi 2014. In quale modo? Come aveva raccontato il NYT a maggio, grazie a un laboratorio parallelo. E a un agente dei servizi segreti, Evgeny Blokhin, già citato nel report dello scorso novembre, che provvedeva nottetempo allo scambio delle provette tramite un piccolo buco aperto nel muro. Una spy story, a quanto pare “supportata da prove oltre ogni ragionevole dubbio”. La Wada, per una questione di competenze, non si è spinta a chiedere l’esclusione della Russia nonostante abbia a suo avviso provato che il sistema avesse impatto “su quasi tutti gli sport, prima e dopo Sochi”. Ma martedì si riunirà il Comitato olimpico internazionale. Il presidente Thomas Bach ha annunciato: “Saremo durissimi”. Vedremo quanto.