Il segreto di Lino Banfi sta tutto dentro quella “chepa” che a menarla sulla pelata con la mano aperta procura uno degli effetti sonori più metallici della storia del cinema. “Io qua dentro non c’ho una chepa, c’ho una cassaforte”. Recitava l’attore pugliese nel suo episodio “svizzero” di Pappa e Ciccia. E via con quel “deng deng” come a battere un tamburo. Gli 80 anni appena compiuti da uno dei più grandi comici italiani ha questo suono qui: la coriacea volontà dell’attore d’avanspettacolo che con naturale simpatia si pone al servizio del pubblico, la definitiva e solida consacrazione del mito che ha fatto ridere senza forzare la mano dell’idiozia. Chiaro che quando il tabellino segna 128 film, di cui un’ottantina da protagonista, qualche “puttaneta” ci scappa.

Banfi è uno di quegli artisti che attraverso la fine del secolo, quello del boom industriale del cinema, e del successivo sboom della televisione, ci ha dato dentro come un maratoneta che sa che il traguardo non è mai dietro l’angolo. Indefesso, inesauribile, Banfi ha perfezionato via via negli anni un personaggio da commedia slapstick, quello che al senso buffo della parola unisce la fisicità sgangherata del tizio inadeguato ad essere dove si trova. L’apice, con le sequenze tutte memorabili, è in Vieni avanti cretino, summa del suo essere corpo cinematografico, emblema universale della rincorsa sociale e di un’inferiorità culturale da scacciare con l’arma della risata. Classe 1936, Banfi inizia a cantare da giovanissimo nelle feste parrocchiali, poi posa, chioma fluente e vitino da modello, per gli scatti dei fotoromanzi. Evita il seminario in Puglia e diventa girovago tra Milano, Roma e Napoli con le compagnie d’avanspettacolo. Poi c’è il biglietto di raccomandazione al cospetto del principe Antonio De Curtis firmato Lino Zaga, e Totò tranchant: “Cambia il cognome. I diminutivi portano male”. Allora Lino Zaga, nato Pasquale Zagaria, fa aprire il registro scolastico del capo compagnia, durante il giorno maestro di scuola, ed ecco apparire tal Aurelio Banfi a cui viene usurpato il cognome.

Il cinema diventa il nuovo palcoscenico per Lino Banfi quando esordisce in una piccola particina nel “musicale” Urlatori alla sbarra (1960). E per almeno cinque anni rimane relegato come spalla limitata, lontana, quasi muta di Franco e Ciccio in parecchie pellicole da categoria seriale fino almeno al 1969. E’ Dino De Laurentiis, ha sempre raccontato Banfi, ad averlo voluto in un mini filone comico con protagonisti Montesano e Noschese che durerà dal ’70 al ’72. Con una richiesta precisa dal produttore napoletano: Banfi deve interpretare un personaggio omosessuale che De Laurentiis aveva visto recitare negli sketch di avanspettacolo. Così il tombolotto pugliese che più che recitare in dialetto storpia le parole in un personalissimo slang modificando le sillabe “ca” e “ra” – raghezzo, chepa – e soprattutto ne allunga altre aggiungendo la sillaba “lo” – stronzolo, chiappole, secondolo, ecc.. – è costretto a sparare la cartuccia del “banfiese” per la celeberrima e rivalutata epoca delle commedie erotiche con insegnanti, liceali e soldatesse che grossomodo inizia con L’insegnante va in collegio di Mariano Laurenti (1978) e comunque si esaurisce con La dottoressa ci sta col colonnello di Michele Massimo Tarantini (1980).

Banfi prima in coppia con un mugugnante Alvaro Vitali, poi in solitaria con alcuni stralunati caratteristi, veicola su di sé il desiderio militaresco del bruttone e simpatico che ha la possibilità di godere del palpeggiamento di seni, chiappe e cosce di star dell’epoca come Edwige Fenech, Nadia Cassini, Barbara Bouchet. L’impostazione del plot è sempre identica, si plana sulla superficie delle storie e si attende con impazienza le scene (ottime) di nudo. Banfi può così svoltare definitivamente, addolcire quel fastidioso gergo con le sillabe inventate in un pugliese più italianizzato ma sempre pronto a riattivarsi nelle bestemmie (“ti spezzo la noce del capocollo” o “porca puttena maledetta”), in un quinquennio (1981-1986) dove esibisce tutte le sue doti di commediante, grazie anche a regie meno dozzinali e soprattutto a sceneggiature più stratificate e significative. Prendete Spaghetti a mezzanotte (1981) autentica perla del filone pochade, in cui si mescola il solito spunto del protagonista grassottello incapace di tenere con sé la bella moglie, e di dare continua soddisfazione alla bella amante, all’interno di un’ambientazione nordica, nebbiosa, tra tribunali e case di lusso, con tanto di serata col morto che nessuno vede ma che va nascosto (vi ricorda qualcosa il di molto successivo Week-end con il morto?).

Inutile dire che in quei cinque anni oltre al succitato Vieni avanti cretino, dove Banfi è one-man show, parola e corpo, surrealismo formale e realismo sociale, figura totale alla Chaplin o alla Keaton, ci sono altri titoli memorabili: Fracchia la belva umana – davvero Paolo Villaggio è più incisivo e decisivo di Banfi nel film? Alla “Parolaccia” quello stornello “non sono ricchione, non son fri-fri” non vale il prezzo del biglietto più dell’ansimare di Fracchia?- ; Al bar dello sport, anche qui set torinese, Jerry Calà e uno stuolo di caratteristi che si mettono al suo servizio e il sogno degli italiani, il tredici miliardario al Totocalcio, che si realizza ma che non si riesce a consumare; e L’allenatore nel pallone (1984), dove ancora una volta l’attore pugliese lavora sulla parola (già chiamarsi Oronzo Canà, con la moglie Mara Canà e parlare al telefono dal Brasile è avanspettacolo di primissima levatura), ma anche sulla performance fisica saltellante, imbizzarrita, un autentica furia sulla panchina della Longobarda.

Nell’86 la consacrazione popolare che ne rivela valore assoluto con il trittico: I pompieri, Scuola di ladri e Grandi magazzini. Banfi condivide il set con Villaggio, Pozzetto, Gigi e Andrea, Montesano, Boldi. E’ davvero l’apice della fama che, scelta molto in voga negli anni Ottanta, merita la spolverata di classe che però a Banfi non riesce come ad altri (vedi Boldi con Avati in Festival o Calà con Polidoro per Sottozero): ovvero Il Commissario LoGatto diretto dal grandissimo Dino Risi. Da metà anni Ottanta è dentro al piccolo schermo che si evolve il concetto di risata e di sketch comico. Banfi, però, è come se lasciasse perdere tutto. Prima la zampata definitiva al cinema con Bellifreschi (1987), questa sì una commedia girata negli Usa con De Sica che Banfi affronta per metà travestito da donna, con A qualcuno piace caldo come oggetto di riferimento senza sfigurare, poi le scelte nelle serie tv che risultano precise ed azzeccate. Il vigile urbano (1989-1990) e ancora Un medico in famiglia che inizia nel 1998 e dura quanto un viaggio astrale. Critiche sì, all’uomo che ha rinnegato cosce e culi per nonno Libero posato e nella pace dei sensi, ma il mestiere d’attore è una bruta bestia. Non si campa di pensioni d’oro o di royalty. The show must go on. E la dignità con cui Banfi affronta i 65/70 anni è encomiabile. Annusa l’aria, capisce dove tira il vento e ripara su Rai1 tra Bruno Vespa e i gol della domenica, lui cattolicissimo e berlusconiano più di Berlusconi, pacifico nonnetto che ora può dispensare comunque e soltanto saggezza popolare.

Si lascia sì convincere per un orrendo sequel de L’allenatore nel pallone (2008) – cancellate ogni traccia di quei capelli tinti alla Biscardi vi prego -, si inserisce ulteriormente in una comicità assolutamente non sua come quella di Zalone in Quo Vado? – anche qui l’incapacità di Luca Medici e soci di utilizzare i ruoli secondari è imbarazzante, al posto di Banfi poteva esserci chiunque – ma appare mirabilmente in grembiule da cucina con Renzo Arbore, in una guerra culinaria tra lampascioni e cardoncelli per il documentario rivelazione Focaccia Blues (2009). La medietà conservativa della vecchiaia non toglie nulla al folletto pelato e grasso che scorrazzava tra camere da letto e vasche da bagno col chiodo fisso della bellona di turno. Lino Banfi è vivo e smadonna, suda, prende sberle e schiaffi, insieme a noi. Auguri.