Sono 600 i giornalisti di tutto il mondo accreditati permanentemente presso la Sala stampa della Santa Sede. Dei cinque continenti, di tantissime nazioni, di diverse lingue, culture, generazioni, formazioni umane e professionali, esperienze e perfino credi religiosi. Almeno un centinaio di essi frequentano quotidianamente la Sala stampa vaticana intrecciando le proprie vite con le vicende del Cupolone, dove la storia scorre con una velocità e una naturalezza impressionanti sotto i loro occhi camuffandosi come cronaca. Molti di essi sono approdati al Vaticano per scelta, per vocazione ma anche per caso. In questi ultimi nove mesi i cosiddetti “vaticanisti” hanno guardato con attenzione e preoccupazione al processo Vatileaks 2 che andava in scena tra un’omelia, una catechesi, un Angelus e un viaggio internazionale di Bergoglio. Vaticano e para Vaticano parafrasando la metafora utilizzata dall’avvocato Laura Sgrò, difensore di Francesca Immacolata Chaouqui, che nella sua arringa in aula ha parlato di un “processo” nel Tribunale vaticano e di un “meta processo” sulle pagine dei giornali.

I vaticanisti di tutto il mondo hanno seguito con estrema attenzione la vicenda di due loro colleghi italiani, Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, rinviati a giudizio per aver fatto semplicemente il loro lavoro. E ognuno di essi, ciò è innegabile, si è sentito protagonista, anche solo per un attimo, sul banco degli imputati per qualche articolo contenente informazioni riservate, per qualche embargo violato, seppur di piccolo conto, per qualche minima trasgressione delle regole che ci può anche stare. Hanno sentito più volte parlare di un processo alla libertà di stampa eppure la loro esperienza, di alcuni veterani addirittura trentennale, non aveva mai toccato con mano una seppur minima forma di censura da parte dei Papi e dei loro portavoce.

Da san Giovanni XXIII, che regnante veniva censurato persino sul suo giornale, L’Osservatore Romano; al beato Paolo VI, che da sostituto della Segreteria di Stato aveva cacciato i giornalisti dal Vaticano (all’epoca erano soltanto cinque) preferendo per loro l’attuale sede nel Palazzo dei Propilei in via della Conciliazione per evitare di trovarli nascosti in qualche stanza del Palazzo Apostolico, come puntualmente avveniva; a san Giovanni Paolo II che in ventisette anni di pontificato ha stretto un’alleanza inossidabile con i media fino alla fine, fino alla malattia e alla morte mai celata ma nemmeno ostentata alle telecamere di tutto il mondo; fino a Benedetto XVI, con le sue gaffe sui preservativi durante la tristemente famosa conferenza stampa sul volo di andata nel viaggio in Africa; a Francesco che concede interviste Urbi et Orbi.

La sentenza di proscioglimento, e non di assoluzione, per Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi per difetto di giurisdizione cancella in un istante nove mesi di assurdità e di comiche kafkiane, come ha giustamente ripetuto più volte il cronista de L’Espresso, e conferma ciò che i vaticanisti vivono e sperimentano da tempo, ogni giorno, varcando l’ingresso della Sala stampa della Santa Sede con i suoi ultimi grandi direttori: Joaquín Navarro-Valls e padre Federico Lombardi, a cui si deve aggiungere per amore di verità padre Ciro Benedettini che della Sala stampa è stato vicedirettore per 21 anni dando un contributo notevolissimo al lavoro dei giornalisti. Ha più che ragione Lorenzo Fazio, editore di Chiarelettere che ha pubblicato il libro di Nuzzi Via crucis, oggetto del procedimento penale vaticano, a salutare con soddisfazione la sentenza “come una vittoria della libertà di stampa, una bella notizia che mette fine a una vicenda paradossale e incredibile”.

Una libertà di stampa che, seppure il pm vaticano ha sempre negato essere oggetto del processo, è stata più che sotto esame nel Tribunale penale della Santa Sede. Spesso, però, dall’esterno si è lamentato che in Vaticano non esiste una Costituzione che come in Italia ha il prezioso articolo 21 che sancisce che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Un diritto fondamentale che non può essere negato da uno Stato, il Vaticano, che da “esperto in umanità”, come ebbe a dire il beato Paolo VI nel primo discorso di un Pontefice all’Onu, il 4 ottobre 1965, ha la vocazione di richiamare tutti i popoli del mondo a tutelare i diritti e i doveri fondamentali di ogni creatura.

Con un equilibro e una saggezza che li fa onore, i giudici vaticani, con una menzione particolare per il presidente del collegio Giuseppe Dalla Torre, hanno sottolineato nel dispositivo della sentenza “la sussistenza, radicata e garantita dal diritto divino, della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano”. Non c’è bisogno di una Costituzione e di un articolo 21 per sancire, ma soprattutto tutelare un diritto che ha il suo fondamento anche e soprattutto nel Vangelo, vera magna carta per il successore di Pietro di ieri e di oggi. È Gesù che nel Vangelo di Giovanni afferma: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. E davanti al sommo sacerdote, innocente imputato in un processo costruito con accuse false solo per l’invidia nei suoi confronti, ribatte: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Non potrebbe il vicario di Cristo in terra, tale è il Papa, negare tutto ciò senza tradire il fondatore stesso del cristianesimo. E la sentenza pronunciata “in nome di Sua Santità Papa Francesco” conferma quanta saggezza ci sia in Jorge Mario Bergoglio.

Pochi minuti dopo il verdetto, padre Lombardi ha voluto rispondere ai dubbi sul processo Vatileaks 2. “Si doveva fare? È stato fatto correttamente? Con quali conclusioni? Si doveva fare. Perché c’è una legge, per di più una legge recente (2013) e promulgata per contrastare le fughe di notizie. Negli anni recenti è stato sviluppato il sistema giuridico e penale vaticano per renderlo più completo e metterlo all’altezza delle esigenze odierne di contrasto dell’illegalità in diversi campi. Non si possono dichiarare intenzioni e stabilire norme e non essere coerenti nel metterle in pratica, perseguendo chi non osserva le leggi”. La domanda sull’opportunità di fare questo processo, durato ben nove mesi mentre alla vigilia della sua apertura i suoi promotori avevano assicurato il Papa che sarebbe durato una settimana, era più che legittima leggendo la sentenza. Ma la risposta che emerge dal dispositivo dei saggi giudici vaticani è esattamente l’opposta. Si doveva fare? Assolutamente no e la sentenza lo ha dimostrato in maniera chiarissima. Speriamo per il futuro che la Santa Sede abbia imparato la lezione.