Una vita nella Democrazia cristiana, fino a diventarne segretario. Da sempre fedele ai valori dello scudocrociato. Anche dopo il naufragio della “Balena Bianca”, travolta dall’uragano Mani Pulite. Chissà se stamattina, quando ha appreso di essere indagato (per riciclaggio), Giuseppe Pizza, classe 1947 da Sant’Eufemia d’Aspromonte, ha rivissuto, magari anche solo per un attimo, i tempi del terremoto giudiziario che nei primi anni ’90 sconvolse l’Italia e il suo partito. Di sicuro, almeno in famiglia il colpo devono averlo accusato: coinvolto lui, Pizza Giuseppe (nel 2014 consulente del Viminale con stipendio di 41mila euro); arrestato il fratello, Pizza Raffaele, di due anni più giovane. Considerato dalla Procura di Roma, “costitutore, promotore e organizzatore” di un’associazione per delinquere che lucrava indebitamente, grazie alle condotte illecite dei suoi aderenti, a vario titolo accusati di reati che vanno dal riciclaggio alla truffa, dalla corruzione all’appropriazione indebita, attraverso un complesso sistema di fatturazioni per operazioni inesistenti.

Una vicenda che, come nel remake di un film già più volte replicato, vive nell’intreccio di imprenditori senza scrupoli, funzionari pubblici infedeli e politici compiacenti. In una trama nella quale anche la simbologia svolge un ruolo fondamentale. Con gli uffici di Via in Lucina, quartier generale del sodalizio, a due passi da Montecitorio. Dove il fratello Giuseppe fu eletto l’ultima volta nel 2008 con il Popolo della libertà di Silvio Berlusconi, nel cui governo rivestì, fino al 2011, anche l’incarico di sottosegretario all’Istruzione. Da Alberto Orsini – altro vertice della struttura secondo gli inquirenti – Raffaele Pizza avrebbe ricevuto circa 230mila euro di illecita provenienza che sarebbero serviti, stando alle tesi della Procura, anche a sostenere i costi della prestigiosa sede nel cuore del centro storico della Capitale, viaggi all’estero ed altre spese. E’ sempre il fratello minore del segretario della Dc ad occuparsi di “condizionare” le scelte politiche di nomina dei manager e dei dirigenti pubblici per ottenerne in cambio l’indizione di gare pubbliche e la relativa aggiudicazione ad imprese “vicine”. Che, a loro volta, avrebbero subappaltato fittiziamente parte delle commesse a società dell’organizzazione dirottando nelle rispettive casse consistenti somme di denaro pubblico per lavori mai eseguiti. E’ ancora Raffaele Pizza, secondo gli investigatori, a ricevere nell’ufficio di Via in Lucina, altro denaro contante da “privati corruttori” da destinare anche a pubblici funzionari per assicurarsene i favori.

Una brutta storia quella che coinvolge i fratelli Pizza. Con inevitabili ricadute sul ruolo pubblico di Giuseppe. Cresciuto nel movimento giovanile della storica Dc, nel quale ha militato dal 1969 al 1975, anche come componente della direzione nazionale e della giunta esecutiva ai tempi in cui Arnaldo Forlani prima e Amintore Fanfani poi guidavano il partito. Nel 1994, dopo la bufera Mani Pulite, seguendo l’iniziativa di Flaminio Piccoli, ha sostenuto il progetto di Rinascita della Democrazia Cristiana. Prima di fondare un nuovo soggetto politico, rivendicando nome e simbolo (o scudocrociato) della storica Dc, del quale viene eletto all’unanimità segretario nazionale nel 2003. Guida il partito alle elezioni europee del 2004 sotto le insegne di “Paese Nuovo”. Con risultati deludenti, anche a causa della diatriba giudiziaria aperta sulla titolarità del vessillo del partito. Una vertenza legale che si chiuderà nel 2006, quando gli viene attribuita la titolarità del nome e del simbolo della Democrazia cristiana. E’ Giuseppe Pizza il legittimo erede della storica Dc. Tornata alle prese, quasi un quarto di secolo dopo l’esplosione di Mani Pulite, con una nuova grana giudiziaria: un avviso di garanzia al suo segretario e l’arresto del fratello.