“Io credo che la Chiesa non solo deve chiedere scusa ai gay che ha offeso, ma anche ai poveri, alle donne e ai bambini sfruttati”. Mea culpa di Papa Francesco nella conferenza stampa che, come ormai tradizione, ha tenuto con i 70 giornalisti accreditati sul volo che lo ha riportato dall’Armenia a Roma. Già durante il suo primo viaggio all’estero, in Brasile nel luglio 2013, pochi mesi dopo l’elezione al pontificato, Bergoglio aveva affrontato il tema dell’omosessualità: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”.

I gay – ha affermato il Papa rientrando dall’Armenia – non vanno discriminati e devono essere accompagnati pastoralmente. Si può condannare, ma non per motivi ideologici ma di comportamento politico, una certa manifestazione offensiva per gli altri. Ma sono cose che non c’entrano col problema: il problema è che una persona in quella condizione che cerca Dio chi siamo noi per giudicarla? Io credo che la Chiesa non solo deve chiedere scusa ai gay che ha offeso, ma anche ai poveri, alle donne e ai bambini sfruttati. La Chiesa – ha sottolineato Francesco – deve chiedere scusa per non essersi comportata bene tante volte. Dobbiamo chiedere scusa per non aver accompagnato tante famiglie. Io ricordo la cultura cattolica chiusa di Buenos Aires: non si poteva entrare in casa di una famiglia divorziata. La cultura è cambiata grazie a Dio”.

Come sempre Bergoglio non si è sottratto a nessuna domanda: dall’esito del referendum sulla Brexit, all’utilizzo del termine genocidio per definire il massacro armeno di un secolo fa che ha fatto irritare il governo di Ankara, alla commissione di studio sulle diaconesse nella Chiesa fino al ruolo attuale di Benedetto XVI. E ha annunciato che quando visiterà il campo di sterminio di Auschwitz, alla fine del prossimo mese di luglio, non farà discorsi “in quel posto di orrore”. “In Argentina – ha raccontato Francesco – quando si parlava dello sterminio armeno si usava sempre la parola genocidio, non ne conoscevo un’altra. Quando sono arrivato a Roma ho sentito altri termini come il ‘Grande Male’ o la ‘tragedia terribile’. Mi dicono che genocidio sia offensivo. Io ho sempre parlato di tre genocidi del secolo scorso: il primo è l’armeno, gli altri sono quello nazista e quello di Stalin”.

Bergoglio ha poi confidato che nel testo preparato per il viaggio in Armenia “non c’era la parola genocidio, ma dopo aver sentito il tono del discorso del presidente e dopo che io avevo detto quella parola pubblicamente a San Pietro, sarebbe suonato molto strano non dirla. Io ho detto che ‘in questo genocidio, come negli altri due, le grandi potenze internazionali guardavano dall’altra parte’. Nella Seconda guerra mondiale alcune potenze avevano le foto dei treni che portavano ad Auschwitz, avevano la possibilità di bombardare e non l’hanno fatto. Non so se è vero ma quando Hitler perseguitava gli ebrei avrebbe detto: ‘Chi si ricorda ora degli armeni? Facciamo lo stesso con gli ebrei’. Non ho mai detto questa parola con animo offensivo”.

Guardando al Vecchio continente dopo il referendum sulla Brexit, Francesco ha sottolineato che “la guerra c’è già in Europa. Ci sono decisioni che si fanno per emancipazione. Invece la secessione di un Paese è una cosa che ha dato nome alla balcanizzazione e lo dico senza offendere i Balcani”. Per il Papa “il passo che deve fare l’Unione Europea per ritrovare le sue radici è di creatività e sana disunione, cioè dare più libertà ai Paesi. Pensare a un altro modo di fare unione, meno ‘massiccia'”. Francesco ha anche chiarito che “c’è un solo Papa nella Chiesa. Benedetto XVI è Papa emerito. Per me è il nonno saggio, è l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera. Ho sentito, non so se è vero, che alcuni sono andati a lamentarsi del nuovo Papa e li ha cacciati via con il suo stile bavarese”. In vista della commemorazione dei 500 anni della Riforma protestante alla quale parteciperà il 31 ottobre prossimo in Svezia, il Papa ha anche sottolineato che “le intenzioni di Martin Lutero non erano sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare. C’erano corruzione, attaccamento ai soldi, al potere e per questo lui ha protestato”.

Francesco Antonio Grana