I due manager a Milano, la grillina e l’ex radicale a Roma, il democratico e la leghista a Bologna, la bocconiana M5s e il neorenziano a Torino. Poi il rigore a porta vuota di Luigi De Magistris a Napoli e la sfida centrodestra contro centrosinistra a Trieste. L’Italia domenica 19 giugno torna al voto per il secondo turno delle elezioni amministrative: sono 126 i comuni che dovranno presentarsi alle urne, ma gli occhi sono tutti puntati per i sei capoluoghi di Regione e per lo scontro tra i partiti che da lunedì potranno rivendicare o meno la vittoria a livello nazionale. Il Pd parte in realtà in vantaggio a Milano, Torino e Bologna, mentre insegue a Roma e Trieste. Ma nessun verdetto è scritto. E farà la differenza, è la convinzione al Nazareno, la partecipazione al voto: vincerà chi riuscirà a portare più cittadini alle urne.

La sfida principale è tra i 5 stelle e il Partito democratico. Se il premier Matteo Renzi da mesi cerca di non dare troppa importanza alle elezioni amministrative e puntare tutto sul referendum di ottobre, quello di oggi è comunque un test significativo per vedere lo stato di salute del partito a livello locale. Le prospettive non sono delle più rosee. La partita che in molti ormai danno per persa è quella di Roma: l’ex radicale e renziano della prima ora Roberto Giachetti è arrivato al ballottaggio da secondo classificato e ha arrancato per tutta la campagna. Sul groppone il peso di Mafia capitale e le dimissioni dell’ex sindaco Ignazio Marino: la partita per lui è stata tutta in salita. Di fronte la favorita Virginia Raggi: la grillina porta avanti la “missione” di Gianroberto Casaleggio che su di lei aveva puntato tutto per dare la volata al M5s a livello nazionale. I 5 stelle sono terrorizzati dalla vittoria nella città più difficile di tutte, ma sanno anche che è il vero banco di prova per dimostrare che sanno e possono governare. Negli ultimi giorni è scoppiata la polemica per la notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano degli incarichi alla Asl di Civitavecchia e un’associazione, secondo i grillini guidata da un dirigente Pd, ha depositato un esposto.

Altra città delicata nella lotta Pd-M5s è quella di Torino. L’uscente Piero Fassino sfida l’ex consigliera comunale M5s Chiara Appendino. Parte da favorito con ben 11 punti avanti, ma l’aria qui ricorda l’effetto Livorno e Parma: come Pizzarotti e Nogarin ai tempi, anche la grillina spera di poter sfruttare il vento di chi insegue raccattando i voti degli scontenti di sinistra e del centrodestra. Sarebbe un duro colpo per i dem, specie dopo l’estenuante campagna elettorale di Fassino dai mille impegni. La Appendino, figlia del M5s della prima ora, ci crede e a decidere la partita potrebbe essere una manciata di voti.

La piazza più dolorosa resta comunque la si guardi quella di Milano. Qui l’eventuale vittoria del candidato unitario del centrodestra Stefano Parisi ai danni di Beppe Sala, il più “renziano” dei candidati, potrebbe avere un vero contraccolpo sul partito. “Mr Expo” parte in vantaggio, ma solo di 5.000 preferenze e tutto il Pd ha lavorato “pancia a terra” per scongiurare il sorpasso. La sua candidatura è appoggiata dal Partito Democratico, da Sel, Verdi, Comitati per Milano, Italia dei Valori e dai Radicali, che hanno stretto un accordo in vista del ballottaggio. Dall’altra parte Parisi, anche lui ex manager e imprenditore, è l’uomo che a Milano ha unito il centrodestra. La sua candidatura è sostenuta da Forza Italia, Lega Nord, Area popolare (Ncd-Udc), Fratelli d’Italia. Sul voto pesano due incognite. La prima è appunto quella dell’astensionismo. Al primo turno solo il 54,6 per cento dei milanesi è andato a votare. La seconda riguarda le scelte al ballottaggio degli elettori che al primo turno hanno votato il Movimento 5 stelle: a Milano sono stati 54 mila i voti per il candidato Gianluca Corrado. Sul punto sono stati chiari: non diamo indicazioni di voto. Ma l’odio per Sala accomuna un po’ tutti i grillini dai tempi di Expo e chi non si asterrà, difficile che dia il suo sostegno al centrosinistra.

Bologna è dove i dem non possono sbagliare: Virginio Merola parte con un vantaggio di 17 punti. Ma l’essere finito al ballottaggio con la leghista Lucia Borgonzoni, candidata per il centrodestra, è comunque già una piccola sconfitta per la città che un tempo era considerata la più rossa. Il meno renziano di tutti ha scontentato la sinistra bolognese e ora deve appellarsi anche ai tanti che al primo turno non si sono presentati alle urne.

Chiude le partite il non scontro di Napoli: l’uscente Luigi De Magistris sfida il centrodestra di Gianni Lettieri. Si preannuncia un plebiscito per il primo che gode anche dei voti dei tanti elettori M5s che continuano a vederlo come espressione del grillismo delle origini. De Magistris ha già detto che penserà a un laboratorio comune con i 5 stelle a livello nazionale, ma intanto deve preoccuparsi di chiudere la partita locale.