Quello che impressiona maggiormente nella sparizione del volo Egyptair 864 è che nessuno sembra voler analizzare questo ennesimo “evento” mettendo in relazione alcune elementari considerazioni tecniche. Ho trascorso buona parte della mia vita nelle strutture del cosiddetto “intelligence istituzionale” ma il mio lavoro di copertura è stato quello di pilota di linea e non posso non chiedermi, ad esempio, come si spieghi la totale mancanza di comunicazioni radio da parte dei piloti nelle ultime e più drammatiche fasi del volo: nessun accenno a malfunzionamenti importanti o ad interferenze umane esterne (leggasi: dirottamento), nessuna chiamata radio di “May-Day” sulla frequenza assegnata, nessun codice di emergenza inserito sul transponder di bordo. Quindi o l’evento ha disintegrato in un tempuscolo il velivolo oppure bisogna cercare altrove. Si è parlato di “fumo in cabina” e di “generici problemi” ad un finestrino ma, a parte il fatto che in entrambi i casi un pilota di linea è ben addestrato a gestire queste e ben altre emergenze, val la pena ricordare che numerose componenti chiave degli aeromobili inviano a terra tutti i parametri fondamentali relativi al loro funzionamento indipendentemente da quanto acquisito successivamente dalle cosiddette “scatole nere”. Niente di tutto questo è stato segnalato: è come se qualcosa avesse letteralmente disintegrato il volo Egyptair senza che a bordo nessuno se ne sia reso conto.

Due possono essere le spiegazioni principali, oltre a una accessoria. La prima è quella che una carica esplosiva di dimensioni abbastanza importanti sia riuscita a polverizzare l’aereo senza dare ai piloti nemmeno il tempo per almeno segnalare un evento anomalo: una spiegazione che non mi convince visto che l’aeroporto di Parigi è sicuramente uno dei più sicuri al mondo e che con dei controlli così rigorosi è difficile anche immaginarsi che qualcuno possa aver piazzato l’esplosivo negli scali precedenti a meno di pensare al coinvolgimento di un addetto ai bagagli o alla manutenzione. La seconda spiegazione è invece quella di un missile terra-aria lanciato da una imbarcazione posizionata sotto la rotta del volo Egyptair e con la tecnologia necessaria ad effettuarne il riconoscimento. Entrambi i casi sollevano molti dubbi sulla pista “terroristica” almeno nella sua accezione più classica: né l’Isis, né qualunque gruppo terroristico non “aiutato” dispone infatti di un know-how adeguato e di operatori sufficientemente addestrati a procedure così complesse.

La terza ipotesi, quella accessoria, è decisamente più ardita ma la mia esperienza mi dice che talvolta non sono le ipotesi semplici a dare risposte ai problemi più complessi. Pochi sanno che, ancora prima degli eventi dell’11 di settembre, i grandi costruttori di jet di linea hanno implementato nella struttura portante degli aerei di linea hardware e software estremamente sofisticati che permettono, proprio per scongiurare qualsiasi tentativo di dirottamento aereo o in caso di altre circostanze eccezionali, di rimuovere dal comando i piloti trasformando il velivolo in un gigantesco drone, ossia un aereo senza equipaggio, pilotato in tempo reale e remotamente da un centro di controllo che può essere ovunque. Anni fa questa tecnologia fu testata con successo su un caccia F-16 che si rivelò capace di effettuare un’intera missione di combattimento senza il pilota a bordo: pare che attualmente ne esistano diverse decine in servizio.

Se da una parte questa tecnologia consentirebbe effettivamente di prevenire qualsiasi tentativo di dirottamento è evidente che potrebbe altresì essere usata per qualsiasi altro scopo senza dar modo ai piloti del velivolo né di intervenire né di comunicare una o più anomalie al controllo aereo: gli stessi dati trasmessi dal sistema Acars (un sistema di data-link digitale tra aeromobili e varie agenzie terrestri che invia in tempo reale informazioni sullo stato dei sistemi di volo) ed i rilevamenti delle “scatole nere” potrebbe facilmente essere alterati.

Vi è secondo me una sinistra analogia tra l’incidente dell’Egyptair e la sorte ancora tutta da scoprire del volo Malaysian Airlines, svanito nel nulla l’8 marzo 2014 con 239 persone a bordo e del quale ancora non vi è la benché minima traccia. Una storia, quella del “Malaysian” piena di tali e tante omissioni, assurdità e contraddizioni da sollevare il sospetto che possa essere stata posta in essere dall’intelligence di un paese con risorse tecnologiche ed economiche adeguate e non certo da un qualsiasi gruppo terroristico. A meno che non si incominci a prendere in considerazione che i due elementi siano in realtà l’uno espressione diretta dell’altro: infatti, se è vero che tutti i moderni aerei di linea possono essere trasformati in droni cosa c’è di più semplice di pianificare e gestire una qualsiasi tipo di disastro aereo da un “controllo” a terra?