Dal 20 al 22 maggio scorso, il partito Ennahda (il partito della Rinascita) tunisino ha tenuto il suo congresso ad Hammamet alla presenza di 1200 delegati. Perché portiamo la nostra attenzione su questo avvenimento? Ennahda è un partito che ha giocato un ruolo di primo piano nella rivoluzione del 2011. Vittorioso alle elezioni per la sua organizzazione e per essere percepito come un partito della gente onesta, Ennahda, affiliato al movimento dei Fratelli Musulmani, aveva lanciato la sua campagna per una costituzione che recepisse le indicazioni della sharia. Il suo leader, Rāshid al-Ghannūshī, che era rientrato in patria dopo un lunghissimo soggiorno all’estero a causa delle persecuzioni di cui era oggetto il suo partito (sotto Bourghiba prima, e Ben Ali dopo), è riuscito a fare dell’esperienza politica post rivoluzionaria, un utile insegnamento per il suo partito.

Il dibattito sulla Costituzione e l’esperienza di governo tra il 2011 e l’inizio del 2014, hanno spinto il gruppo dirigente a porre una riflessione profonda sulla natura del partito e su quelli che devono essere gli obbiettivi da raggiungere in una Tunisia che cerca faticosamente la via alla democrazia e allo stesso tempo far fronte agli attacchi del terrorismo. A differenza di quello che accadde in Egitto, dove Mohamed Morsi e la Fratellanza Musulmana non ebbero la capacità di uscire di scena quando visibilmente il popolo riteneva insoddisfacente la loro esperienza di governo, nel caso di Ennahda, sotto la spinta dei sindacati e di altre forze politiche, Ghannūshī capì che doveva fare un passo indietro, uscire dal governo (Ennahda ha oggi un solo ministro) e garantire una collaborazione con Nidaa Tounes (Movimento dell’Appello della Tunisia) dell’attuale capo dello Stato, Caid Essebsi. La sua scelta derivava anche dal fatto che l’esperienza di governo non era stata delle più felici, avendo prodotto una polarizzazione violenta tra la Fratellanza Musulmana e le altre forze laiche.

Inoltre, l’opinione pubblica gli imputava un certo lassismo in occasione degli omicidi politici dei due deputati, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. Una mossa politicamente intelligente quindi, e che ha spinto il partito a rivedere i principi che lo animano e di conseguenza trovare le strade giuste del cambiamento, considerando che la costituzione è stata approvata con un equilibrio accettabile tra la sfera religiosa e quella civile. In una intervista rilasciata a Le Monde il 19 maggio scorso, Rached Ghannūshī ha precisato il suo pensiero affermando che bisognava abbandonare la prospettiva dell’Islam politico e andare verso una democrazia musulmana. Ennahda è un partito politico democratico, ha continuato, i cui valori sono musulmani e moderni e bisogna distinguere tra l’attività politica e l’attività religiosa. E ha aggiunto: la moschee sono un luogo in cui si riunisce il popolo e non vi è alcuna ragione di utilizzarle per le attività di un partito.

La religione deve essere uno strumento di unione e non di divisione. Queste prese di posizione sono state accolte in Tunisia con un certo pessimismo, forse in maniera un po’ troppo prevenuta. A mio parere bisogna seguire con attenzione fenomeni come questi che agitano il mondo arabo musulmano, seguire con attenzione, ad esempio, le prese di posizioni dello Shaykh  Aḥmad al-Ṭayyib dell’Università Islamica del Cairo quando parla di universalismo islamico rispettoso delle altre identità. Senza azzardare pronostici, come avvenne con la Turchia quando ci si entusiasmò per una possibile via alla democrazia musulmana, e oggi vediamo i risultati, credo che vi sia un Islam in movimento e che non vi è solo Al Qaeda o Isis, ma questo è finanche banale ricordarlo.