Quella registrata in Brasile giovedì potrebbe passare alla storia come la più rapida virata politica di un Paese democratico. Il tempo tecnico del passaggio dal Senato all’ufficio del vicepresidente della Repubblica della comunicazione di messa in stato di accusa della presidente Dilma Rousseff, e il Brasile è passato dall’avere una forte identità di sinistra a una di destra conservatrice. Senza passare per le elezioni. In pochissimi minuti il vicepresidente Michel Temer ha ricevuto l’incarico, presentato la lista del nuovi ministri e annunciato le linee guida in campo economico e sociale della sua reggenza.

La manovra politica ordita ai danni della leader del Partito dei Lavoratori ha portato alla guida del paese i suoi ex alleati del Partito del Movimento Democratico Brasiliano e tutte le forze conservatrici del Paese, tra le quali quelle sconfitte alle elezioni 18 mesi fa. Basta un’analisi ‘estetica’ prima che sostanziale della squadra di governo per intuire lo choc politico: l’intero governo è composto da soli uomini, bianchi, oligarchi, ricchi, eterosessuali e presunti corrotti: sette membri del nuovo esecutivo sono indagati nell’inchiesta Lava-Jato, la Mani Pulite brasiliana che ha travolto l’intera classe dirigente. Per ritrovare una simile composizione nella storia recente del Brasile, bisogna tornare agli anni settanta al governo di Ernesto Geisel, presidente in piena dittatura militare.

Il presidente Michel Temer in occasione della presentazione, ne ha parlato come di un governo di “salvezza nazionale” varato con l’obiettivo di tirare via il Paese dalle secche dalla crisi, riequilibrando i conti e incentivando la crescita. Il tutto con una ricetta fortemente liberista: incentivi per l’industria e apertura di un’ampia partecipazione pubblico-privata. “Lo Stato si curerà delle sole questioni di salute e istruzione – ha detto – il resto passerà in mano ai privati”. In questo contesto saranno varate le annunciate riforme del lavoro e delle pensioni. Questioni sulle quali sindacati e partiti di sinistra hanno già avanzato molti dubbi.

Nonontante questo Temer, ha anche garantito che manterrà i programmi sociali del governo Pt, bandiera del modello di sviluoppo brasiliano. Ha ufficialmente difeso il “Bolsa Familha” una sorta di reddito minimo per le famiglie numerose), ma il neo ministro Ministro allo sviluppo sociale e agrario, Osmar Terra, ha subito dichiarato “Il Bolsa Familha non deve essere una proposta di vita”. Allo stesso modo il presidente ha detto di voler confermare i piani in favore delle fasce deboli della popolazione “Pronatec” (corsi di formazione), “Fies” (prestiti per lo studio) e “ProUni” (borse di studio universitarie), ma il neo ministro all’istruzione a cultura Mendoça Filho si è immediatamente dichiarato contro le quote riservate a neri e indios nelle università. Temer ha garantito poi che si darà sostegno all’inchiesta anti-corruzione Lava-Jato. Ma nei fatti potrebbe andare diversamente: Temer, così come i presidenti delle due camere, 7 dei suoi ministri e 150 parlamentari, è indagato per corruzione e riciclaggio in quest’ambito.

E sono anche altri i segnali di discontinuità a preoccupare. Il ministero per le Donne, Pari opportunità e Diritti umani è stato soppresso, le competenze passeranno al ministero della “Giustizia e cittadinanza”. Uno dei più contestati. Alla guida è finito infatti il segretario della sicurezza pubblica dello Stato di San Paolo, Alexandre de Moraes, criticato da tutte le associazioni in difesa dei diritti umani negli ultimi mesi per aver represso nel sangue manifestazioni a San Paolo e autorizzato l’uso della violenza della polizia contro gli studenti impegnati nelle in proteste e occupazioni. Appena accettato l’incarico Moraes ha annunciato il pugno di ferro contro ogni tipo di contestazione, definendo “atti di guerriglia” le proteste realizzate a San Paolo contro l’impeachment di Dilma.

Altro caso particolare quello relativo al neo ministro Blairo Maggi, sul quale il New York Times ha sollevato più di qualche dubbio. Esponente del Partito Progressista, di estrema destra, è conosciuto come il “re della soia”. Già finito sotto inchiesta per sospetti di lavaggio di denaro sporco, la principale accusa ‘civile’ a suo carico è quella di essere uno dei maggiori responsabili della deforestazione dell’Amazionia. Ebbene, è stato nominato ministro dell’agricoltura.

Caso particolare anche quello di Marcos Pereira, recuperato alla guida di Industria e commercio, perché ritenuto inadatto al ministero della Scienza e tecnologia dove era stato inizialmente destinato. Ex vescovo della chiesa evangelica “Universal”, era finito nel mirino per alcune posizioni religiose fondamentaliste non esattamente aderenti ai concetti scientifici internazionalmente riconosciuti.

Alcuni ministri sono stati componenti dei governi di Lula e Dilma, in maggioranza in quota Pmdb. Molti altri sono stati al governo con il predecessore di Lula, il conservatore Fernando Henrique Cardoso. Nella squadra spicca anche un’uniforme militare: quella del generale Sergio Etchegoyen, ex capo di stato maggiore dell’esercito, nominato a capo del gabinetto di Sicurezza istituzionale. Solo un ministro in ultimo, è rimasto al suo posto: quello allo sport, Leonardo Picciani, vista l’ormai prossimo appuntamento olimpico a Rio de Janeiro.