Dopo essersi riprodotti, quasi clonati, per anni a velocità batteriologica, i talk show hanno iniziato, uniformemente e con poche eccezioni, una discesa vertiginosa nella qualità dell’offerta. Al di là della pochezza dell’informazione e del livello generalmente becero della discussione, quello che colpisce è il ruolo della pubblicità nelle trasmissioni; se nel passato non troppo remoto questa sembrava essere una mal sopportata (soprattutto dal telespettatore) necessità, finalizzata a sostenere economicamente un’attività con un suo pregevole intento informativo, recentemente il rapporto di forza sembra essersi invertito e la sensazione è che trasmissioni noiose, urlate, culturalmente deleterie e di valenza zero dal punto di vista dell’informazione siano trascinate stancamente al solo scopo di giustificare spazi pubblicitari sempre più larghi. Da elemento di sostegno alla programmazione e alla sopravvivenza dei programmi meno commerciali delle emittenti, la pubblicità si è arrogata il ruolo di vero scopo del palinsesto, relegando i contenuti a paggi mal tollerati.

Se il trasmettere programmi culturali o di reale informazione era un’iniziativa benemerita che giustificava il sorbirsi i messaggi commerciali, oggi, la combinazione tra la dittatura dello spot e lo scadimento inesorabile sia dei contenuti che delle capacità dei conduttori di   interessare lo spettatore e di offrirgli un prodotto di qualche utilità, hanno reso i talk show una parata di banalità, di risse verbali senza costrutto, di esibizioni di ego ipertrofici in perenne conflitto a prescindere dalle materie, e molto spesso dalla logica e dal buon senso; il tutto segmentato da spazi pubblicitari pletorici. Sembra che il business, con le sue ammalianti promesse di ricchezza, abbia estirpato nei conduttori qualsiasi afflato di realizzazione professionale basata non sul puro compenso ma sulla soddisfazione di un servizio ben reso; l’idea di non contribuire fattivamente alla diffusione di informazione quanto più corretta possibile, di non adempiere più a un compito importante e di responsabilità, non pare turbare i sonni dei conduttori i quali sembrano impegnati, invece, a mantenere alto il livello della polemica, quasi beandosi dei decibel che salgono dalle piazze e dagli studi.

Le materie vengono sommate le une alle altre, compresse in spazi sempre più ristretti e date in pasto a tuttologi che si esprimono su qualsiasi argomento, senza uno straccio di dati a supporto, spaziando dalla fecondazione eterologa alla legislazione sul lavoro. Politici visibilmente impreparati vengono incalzati e sollecitati a esporsi talvolta anche al pubblico ludibrio; le piazze sollecitate a urlare il disagio. Di un pacato dialogo, con tempi e toni idonei a favorire esposizioni esaurienti e chiare, neppure l’ombra; mai che un argomento possa essere sviscerato e presentato da diversi punti di vista, consentendo allo spettatore di farsi una sua opinione informata. La rissa verbale (per ora) imperversa, lasciando frastornato, e più diseducato che all’inizio, l’allibito teleutente. E se qualche incauto cerca mai di approfondire il tema, pronto interviene il conduttore: “dobbiamo andare in pubblicità…”.