Mentre si allarga l’inchiesta sul petrolio in Basilicata, che ruota intorno al centro Oli dell’Eni di Viggiano e al giacimento Tempa Rossa della Total, il Cane a sei zampe annuncia un piano per lo sfruttamento delle energie rinnovabili. Progetto mirato a rifarsi un’immagine dopo lo scandalo della Val d’Agri? “Non è così, lo stiamo studiando da tempo e ha richiesto parecchi mesi di lavoro, discussioni con le nostre controparti in Egitto e in Pakistan e confronti preliminari con le istituzioni in Italia”, sostiene l’amministratore delegato Claudio Descalzi nell’intervista al Corriere della Sera in cui illustra l’obiettivo di installare pannelli solari per una potenza di 420 megawatt nei due Paesi e in sei regioni italiane (Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia, Liguria e Basilicata) dove il gruppo possiede terreni “già recintati, vicini ai nostri impianti e alla rete”. Si tratta di aree oggi dismesse, bonificate o non utilizzate. L’investimento previsto solo nella Penisola è di “200-250 milioni di euro”.

“Potremmo diventare il terzo produttore elettrico fotovoltaico e tra i primi dieci in Europa”, spiega Descalzi nel giorno in cui si svolge a Roma l’assemblea dei soci Eni. “Questo non vuol dire snaturare il nostro core business di petrolio e gas ma ribadire un impegno preciso sul fronte dell’ambiente“. Lo stesso rivendicato nella lettera inviata ai cittadini lucani subito dopo la notizia dell’inchiesta lucana in cui la stessa Eni è indagata, con l’accusa tra l’altro di aver smaltito illecitamente nel centro oli di Viggiano (Potenza) i rifiuti prodotti dall’estrazione del greggio con procedure che hanno fatto conseguire all’azienda un “ingiusto profitto”.

Quello delle rinnovabili è “il terzo anello della nostra strategia ambientale di lungo termine”, ricostruisce il manager. “Come prima cosa abbiamo progressivamente ridotto la nostra ‘impronta carbonica’ tagliando in 5 anni le emissioni di Co2 del 28%. Poi abbiamo spinto sull’uso del gas come combustibile di transizione, alternativo al carbone. Ora vogliamo promuovere le energie rinnovabili sfruttando le nostre potenzialità in giro per il mondo”. “In Italia riteniamo di poter lavorare con un ritorno del 6-7%” pur senza sussidi “che ormai non sono più previsti dalla legislazione”.

La presidente Eni Emma Marcegaglia, parlando in assemblea, ha sostenuto che rispetto all’inchiesta sul centro oli di Viggiano la società è “consapevole della correttezza del suo operato” e dalle verifiche affidate a un ente terzo “è emerso un quadro molto rassicurante, visto che è stato riconosciuto che il centro adotta le best practices internazionali nel rispetto normativa ambientale”. Quanto all’inchiesta della Procura di Milano su una presunta corruzione da parte di Saipem in Algeria, Marcegaglia ha sostenuto che all’Eni sulla corruzione c’è “zero tolerance”.

Intanto per venerdì i sindacati hanno indetto altre otto ore di sciopero di tutti i lavoratori del gruppo e di Saipem contro la cessione della chimica e quello che i segretari generali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil Emilio Miceli, Angelo Colombini e Paolo Pirani definiscono “piano di alleggerimento” del gruppo in Italia. “Siamo contrari ad una operazione avventurosa e rischiosa come quella che vedrebbe la chimica italiana in mano ad un fondo americano – SK Capital – che noi consideriamo un interlocutore non credibile, sia finanziariamente che per capacità industriali. Sarebbe un autogol per l’industria e un colpo mortale alla manifattura italiana”, sottolineano.