Trump 5. Clinton 4. Sanders 1. E’ il risultato dell’ultima notte elettorale, che ha portato al voto cinque Stati del nord-est. Donald Trump si è aggiudicato Pennsylvania, Delaware, Connecticut, Maryland e Rhode Island. Hillary Clinton li ha vinti tutti tranne il Rhode Island, che è andato a Bernie Sanders. Il risultato complessivo spinge ancora di più Trump e Clinton verso la nomination, anche se bisognerà aspettare il voto dell’Indiana, la settimana prossima, per dire la parola definitiva, soprattutto in campo repubblicano.

Nelle file del G.O.P., il voto di ieri sancisce una volta per tutte che Ted Cruz e John Kasich non potranno raggiungere i 1237 delegati necessari ad agguantare la nomination. Solo Trump, a questo punto, può farlo, ed è per questo che l’Indiana è particolarmente importante, con i suoi 57 delegati in palio. In Indiana, proprio in funzione anti-Trump, Cruz e Kasich hanno raggiunto un accordo di desistenza. La loro speranza è che proprio in Indiana Trump compia quel passo falso che gli impedisca di raggiungere la soglia fatidica dei 1237 delegati e apra la possibilità di una “contested convention” a luglio, a Cleveland, con il passaggio dei delegati di Trump su un altro candidato.

Trump ha liquidato le manovre come “patetiche”. “Il miglior modo per rispondere sono serate come queste – ha detto dopo il voto di ieri sera – in cui ottieni un record di voti e un record di delegati”. Parlando dalla “sua” Trump Tower, a New York, il magnate repubblicano ha sottolineato di “avere milioni di voti più di Cruz, milioni di voti più di Kasich”. La conclusione, dunque, non può che essere una: “Per quanto mi riguarda, la gara è chiusa. Credetemi, è chiusa”, ha detto, circondato da fan e membri della sua campagna. Una conclusione che, in effetti, i numeri confermano. Trump si è aggiudicato ieri 105 dei 118 delegati in lizza. In tutti e cinque Stati al voto, i suoi margini di vittoria sono enormi, anche oltre i 40 punti. A questo punto, Trump ha circa il 75 per cento dei 1237 delegati necessari alla vittoria.

Proprio per dare il senso dell’inevitabilità della sua candidatura, Trump ieri sera non ha quasi toccato il tema delle primarie repubblicane, della Convention di Cleveland e dei suoi avversari Cruz e Kasich. Parlando da candidato ormai certo, si è rivolto contro la sua probabile avversaria, Hillary Clinton, sferrando l’attacco sinora più violento. “La chiamo Hillary truffaldina, perché Hillary è disonesta – ha detto Trump, aggiungendo che il marito Bill ha firmato il North America free trade agreement, che è stato “un disastro per questo Paese”. Trump ha proseguito dicendo che “Hillary non sarebbe un buon presidente. Non ha la forza per negoziare con la Cina, e sarebbe tremenda in tema di sviluppo economico”. Dopo aver citato i “fallimenti” delle politiche della Clinton a Benghasi, in Siria e in Iraq, “dove ha alzato le mani”, Trump ha spiegato che la candidata democratica “ha avuto le sue possibilità, ha fallito, e ora non dovrebbe essere votata”.

Ma l’attacco più deciso alla candidatura dell’ex-segretario di stato, Trump l’ha sferrata sul tema di genere. “La sola carta che la Clinton può giocare è quella dell’essere donna – ha detto Trump -. Francamente, se Hillary fosse un uomo, non prenderebbe nemmeno il 5 per cento dei voti… E non è fantastico che lei non piaccia nemmeno alle donne?” si è chiesto retoricamente. Mentre il candidato parlava, dietro di lui alzava visibilmente gli occhi al cielo, in segno di insofferenza, Mary Pat Christie, la moglie del governatore Chris Christie, che ha fatto dichiarazione di voto a favore di Trump. Oltre a diventare immediatamente “virale”, l’alzata degli occhi della Christie testimonia delle difficoltà che Trump avrà a conquistare il voto femminile a novembre.

In campo democratico, il voto di ieri non mette definitivamente fuori gioco Bernie Sanders – che anzi, parlando in West Virginia, è apparso particolarmente aggressivo: ha detto che alcuni sondaggi nazionali lo danno “avanti alla Clinton” e ha attaccato il sistema di voto democratico, “che mette fuori gioco gli indipendenti”. Ma il voto nei cinque Stati del nord-est dà alla Clinton un vantaggio consistente, in termini di delegati, e l’aura della candidata ormai certa. Proprio per distinguersi dal messaggio di netto scontro che il rivale repubblicano porta avanti, la Clinton ha parlato di “un’America in cui ci aiutiamo e non costruiamo muri”. La Clinton è sembrata riferirsi proprio di Trump, quando ha spiegato: “A dispetto di quello che altri dicono, noi crediamo nella bontà della nostra gente e nella grandezza della nostra nazione”.

Il problema principale, per lei, è a questo punto quello di unificare il partito sotto la sua candidatura; quello di raccogliere quella parte di mondo democratico che sinora le ha preferito Sanders. E proprio a questi elettori progressisti ha parlato, spiegando: “Io applaudo il senatore Sanders e i suoi milioni di supporters per averci sfidato”. Ha continuato, la Clinton: “Che voi sosteniate il senatore Sanders o sosteniate me, sono più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono. Siamo tutti d’accordo che i salari siano troppo bassi e l’ineguaglianza troppo alta”. Poi, per definire il quadro politico entro cui la sua candidatura si colloca, ha concluso: “Insieme, costruiremo una tradizione progressista forte, che è poi quella che da Franklin Roosevelt arriva a Barack Obama”.