Il 25 aprile, ogni anno, ricordo. Ricordo la lotta al nazifascismo e l’orrore di una guerra che mi raccontò mio padre. Lo ascoltavo parlare di quei giorni, dei tanti ricordi, alcuni ripetuti negli anni, altri rimossi, e lo capivo quando smetteva di parlare o la voce si incrinava. Se la visse quella orribile guerra, poco più che ventenne, mettendo in gioco la sua esistenza come tanti altri suoi coetanei e coetanee. Ricordo quella foto, perduta negli innumerevoli traslochi della mia famiglia, che lo ritrae giovanissimo partigiano sorridente con una casacca sgualcita e pantaloni larghi rattoppati.

70° anniversario della Liberazione, il corteo del 25 aprile

Ed oggi, si ricorda il 25 aprile, anche nel piccolo paese in cui vivo, in mezzo alla campagna romagnola dove ogni tanto scorgi qualche cippo in memoria di partigiani catturati e fucilati. Ogni tanto qualche mano generosa lascia un mazzo di fiori. Sul marmo i nomi, una data e una dedica e, qualche volta, ritratti in bianco e nero che ritraggono uomini giovanissimi come mio padre, in quella foto purtroppo perduta. Oggi il corteo nel mio piccolo paese si è mosso in una giornata fredda che minaccia pioggia eppoi, dopo la resistenza di qualche raggio di sole che cerca di farsi strada tra nuvole, cede ad un cielo nero che lascia vincere il temporale. Scroscia pioggia poi grandine. Pare una metafora dei nostri giorni.

Anche quest’anno un piccolo gruppo è partito, in bicicletta, dalla piazza del paese ed è arrivato fino al cimitero degli alleati. Lì, hanno parlato anche di una Resistenza troppo spesso dimenticata, quella delle partigiane che facevano parte dei Gruppi di difesa della donna (Gdd) che contarono nella provincia di Ravenna fino a 7 mila appartenenti, anche se è rimasta traccia solo di 1240 nomi. Lottavano per una doppia liberazione, quella dal nazifascismo e quella dalle leggi e dalle regole che negavano diritti e imponevano loro ruoli e doveri perché erano nate donne. Ida Camanzi, staffetta della 28^ brigata col nome Ilonka, che si alterava quando si parlava della resistenza delle donne come “aiuto” a quella degli uomini, diceva che in quei giorni duri, pensavano al dopoguerra, al diritto di voto, al diritto al lavoro e di studio, agli asili per i bambini e le bambine, perché, diceva, guardavamo lontano.

Dei sogni di Ida e delle partigiane come lei, è rimasto ben poco. Oggi, tra le mura dei palazzi, dove le donne erano entrate con il diritto di voto e per far parte della Costituente (in numero esiguo: 21 su 556 eletti), siede il maggior numero di donne nella storia della repubblica. Ma è in larga maggioranza inerte davanti allo scempio di politiche che da anni, rinvigoriscono disparità tra ricchi e poveri, uomini e donne, e cancellano le conquiste storiche del femminismo. La cruda realtà è che abbiamo dimenticato i sogni di chi è morto o è morta, e che nel giorno della Liberazione, abbiamo per fortuna, ancora animo di ricordare, davanti a cippi o cimiteri.

Quegli anni tragici sancirono la vittoria contro un orrendo autoritarismo su cui vinse il sogno di una società diversa. Oggi che ci vorrebbe una seconda resistenza armata di idee e di progetti e di passione, il 25 aprile lo si vive con amarezza, perché, come scrive Anna Lombroso nel suo bellissimo post sul Simplicissimus: “La nostalgia che sento per quella festa è il segno evidente che oggi il 25 aprile è un giorno di rimorso, di rimpianto e di dolore, per il tradimento, l’impotenza, l’onta per la slealtà con la quale si è permesso che tutto tornasse com’era e come non avrebbe più dovuto essere: la corruzione e le commistioni oscene tra padronato e politica, tra interesse privato e chi dovrebbe salvaguardare il bene comune, alienato e svenduto, e dire che a causa di ciò venne massacrato.”

@nadiesdaa