Di Simone Vacatello, direttore editoriale di Crampi Sportivi

Cosa succede quando la forza inarrestabile incontra l’oggetto inamovibile? Secondo la consistenza logica, niente. Perché non possono esistere nello stesso universo un oggetto inamovibile e una forza inarrestabile, non possono essere vere contemporaneamente una certa affermazione e la sua negazione. Di conseguenza, all’indomani di una delle storie più genuinamente cinematografiche che il nostro calcio recente ci abbia regalato, se ci arrendiamo all’evidenza che Francesco Totti sia una forza inarrestabile, non possiamo certo sostenere che Luciano Spalletti, forse il suo ultimo allenatore con la maglia della Roma e di sicuro quello con cui ha avuto più difficoltà, sia invece un oggetto inamovibile. O difficilmente avremmo visto in campo così spesso il Capitano della Roma nelle ultime partite, in seguito alle incomprensioni recenti tra i due.

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Lo scenario è davvero quello di un kolossal sportivo, incentrato sulla relatività del tempo e sull’eterna contrapposizione tra cuore e cervello: una leggenda vivente del calcio mondiale si prepara a un difficile addio alle scene, un addio che vorrebbe posticipare e il cui pensiero gli sembra prematuro, mentre la proprietà lo vorrebbe dirigente, seguendo un approccio razionale basato sulla sua carta d’identità e su un contratto in scadenza, ma messo in atto in un ambiente calcistico che vive di estremi, e che di un approccio razionale non ha mai saputo che farsene. L’unico luogo in cui una delle due parti contrapposte potrà prevalere è il campo, sarà questo a dire se Totti è troppo in là con gli anni per fare ancora il calciatore o se è ancora il più forte di tutti. A metà percorso, però, si aggiunge un elemento inaspettato, un plot twist, il ritorno di un personaggio dal passato, l’ultimo allenatore vincente in quella stessa piazza, ma anche quello il cui rapporto con Totti si era concluso più freddamente. E infatti tra panchine, dichiarazioni post partita e fughe di notizie, viene fuori che la salute di questo rapporto è così precaria che l’addio al calcio di una delle sue divinità mediterranee potrebbe trasformarsi invece in un addio alla sua maglia storica ma non al pallone.

Questo perché le due figure interpretano ruoli troppo distanti per poter convivere pacificamente, ma quello che sfugge ai cacciatori di polemiche è che non è detto che sia un male, o non avremmo vissuto, da appassionati di calcio, lo spettacolo oltrenarrativo di Roma-Torino 3 a 2. Francesco Totti è un semidio atipico, più generoso nei gesti che nelle parole, che è stato eletto a monarca da una città eterna, per l’elegante grammatica dei suoi piedi e del suo istinto, e che del monarca ha l’orgoglio e soprattutto la forza della sua storia. Luciano Spalletti invece è un po’ alchimista e un po’ istruttore militare, determinato addestratore e affabulatore sornione, il quale affinché la sua alchimia abbia effetto, pretende di poter mescolare tutti gli elementi alla stessa maniera, anche le corone. È da qui che nasce la difficoltà dei due a tenersi per mano.

Eppure Spalletti è l’allenatore della Roma con cui Totti ha segnato più reti, 85 con la doppietta di ieri, nonché quello che per primo l’ha spostato al centro dell’attacco, nella stagione 2005/06, ovvero quella che aprì la strada, negli anni successivi, agli ultimi tre trofei vinti dalla squadra giallorossa. Stabilire chi abbia più merito tra i due nel conseguimento di questi risultati è un po’ come la storia dell’uovo o della gallina, quando invece forse nessuno si sarebbe affermato tanto senza l’altro, in quegli anni. Per quanto infatti il loro rapporto sia stato – e sia ancora – difficile, è innegabile che sia produttivo, non a caso ieri, quando Francesco Totti ha conquistato un altro record, l’ennesimo della sua carriera, segnando due gol in due minuti e 36 dalla sua entrata in campo, in panchina c’era Luciano Spalletti. Che piaccia o no a entrambi, i due sono legati per sempre.

Viene da chiederselo, se lo sarà chiesto anche l’allenatore dopo ieri sera, quanto possano contare un contratto e una carta d’identità dinnanzi a una figura in grado di pesare così tanto sull’esito di una partita, non importa quanta birra abbia ancora in corpo, e facendo ancora una volta il giro del mondo pur senza muoversi dalla sua città, da casa sua. In qualche modo la tensione tra queste due forze produce un’energia che, al prezzo di qualche polemica e di qualche crepacuore, è in grado di tenere la Roma proprio lì dove si è sempre sentita a suo agio, ancora più che sugli allori di un titolo vinto, al confine tra trionfo e tragedia, tra apoteosi e supplizio, in una dimensione sportiva alternativa in cui a dominare sovrana è la relatività, dove uno scudetto ne vale dieci e un campione ne vale cento. Proprio lì, dove storie come questa incantano l’intero pubblico mondiale e dove noi speriamo che per quanto struggente non sia questa la fine, perché ne vorremmo ancora.