“Vengono pubblicate anche intercettazioni manipolate, pezzi di conversazioni estrapolate dal contesto. Com’è successo al mio consigliere D’Ambrosio che ci ha rimesso la pelle con un attacco cardiaco. E io certe cose non le dimentico”. Così Giorgio Napolitano commenta il passaggio sulla giustizia dell’intervento di Renzi al Senato. E torna con toni aspri sul tema delle intercettazioni, già ieri oggetto di un suo intervento che sollecitava la rapida approvazione della riforma che ne limiti la pubblicazione sui media. “In passato”, ha aggiunto parlando con i giornalisti in Transatlantico, “ci sono stati casi gravi di montature giornalistiche contro persone che hanno ricevuto avvisi di garanzia e poi sono state scagionate, ma hanno pagato un prezzo altissimo dal punto di vista della vita privata”.

Loris D’Ambrosio era il consigliere giuridico di Napolitano al Quirinale. Agli atti dell’inchiesta sula trattativa Stato-mafia finirono le sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, già presidente del Senato, indagato in quel procedimento e preoccupato per i suoi sviluppi. Da qui i contatti con D’Ambrosio per chiedere un intervento dall’alto sui magistrati di Palermo. Il giurista morì d’infarto poco più di un mese dopo la pubblicazione di quelle intercettazioni, il 26 luglio 2012. Resta il fatto che – se quello è il riferimento di Napolitano – ilfattoquotidiano.it pubblicò integralmente tutte le conversazioni tra D’Ambrosio e Mancino agli atti del procedimento sulla trattativa Stato-mafia.

Nelle intercettazioni, il politico Dc manifestava al consigliere di  Napolitano la preoccupazione per gli sviluppi dell’inchiesta, in particolare riguardo a un confronto con un altro big della prima Repubblica, l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. E invocava apertamente un intervento di Piero Grasso, oggi presidente del Senato e allora a capo della Procura nazionale antimafia, sui magistrati di Palermo, in base al potere di coordinamento che la legge assegna al “superprocuratore”. Grasso, poi, confermò a Il Fatto Quotidiano quelle pressioni, e spiegò di averle respinte.

Agli atti dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia finirono anche le intercettazioni tra Mancino e lo stesso Napolitano, che però non divennero mai pubbliche e furono distrutte dal gip di Palermo dopo un pronunciamento della Corte costituzionale in favore della loro non utilizzabilità. Napolitano, poi, depose come testimone – anche in relazione a D’Ambrosio – davanti alla Corte di Palermo in trasferta al Quirinale.