«Mentre il presidente iraniano Rohani arresta dissidenti, donne che portano in il velo in modo non appropriato e impicca supposti omosessuali, Ivan Scalfarotto in visita in Iran lo definisce “un riformatore”» così Simone Alliva, giornalista dell’Espresso, in un suo status su Facebook. Concetto su cui ritorna in un articolo su Gaypost.it, in cui dichiara: «Poco importa se “l’amico prezioso” appena eletto Presidente in Iran ha fatto aumentare in maniera vertiginosa le sentenze di condanna alla pena di morte: 2300 da quando è entrato in carica».

Quanto Scalfarotto sia inadeguato a ergersi a paladino dei diritti Lgbt è chiaro dai tempi del suo ddl “contro” l’omofobia, lo stesso che permette ai prof di religione di poter affermare frasi quali “i gay sono malati, ma si possono curare”. Per ottenere tutto questo, istituzionalizzando il sentimento antigay, scese a patti addirittura con Paola Binetti. Attaccando chi, dentro la comunità Lgbt, nutriva ben più di una perplessità sul sub-emendamento Gitti-Verini, il cosiddetto “salva-vescovi”, che dava libertà di manovra agli omofobi nelle scuole, in chiesa, nei partiti, ecc.

Hassan Rohani incontra Matteo Renzi a Teheran

Seguì poi il famoso incontro con quelli di Manif pour tous, con tanto di foto finale, sorriso incluso. La giustificazione per quell’incontro fu: “Vado lì, mi confronto, gli faccio cambiare idea”. Intento nobile, in linea di principio, se non fosse che da allora quell’organizzazione ha manifestato in piazza per ben due volte contro le unioni civili, rimanendo dell’idea che gay e lesbiche vadano discriminati a partire dal riconoscimento delle proprie relazioni affettive. Con tutta evidenza, posare allegro tra chi ti vuole cittadino serie B non porta agli effetti desiderati, oltre ad offendere un’intera comunità.

In questa sequela di atti – che non ti rendono credibile se dici di agire nell’interesse del popolo arcobaleno – arriva l’incontro con il presidente iraniano, uno dei responsabili di un regime tra i più brutali contro diritti di donne, gay, oppositori politici. Adesso, capiamo tutti la ragion di Stato che porta i nostri politici a far patti con personaggi estremamente discutibili. Pensiamo ai rapporti del nostro paese con la Libia di Gheddafi o la Russia di Putin. Ed è anche inevitabile che arrivino delle critiche, di fronte a certe alleanze. Ma se ti qualifichi come supporter dei diritti civili, facendoti forza per il ruolo istituzionale che ricopri, dovresti evitare di andare in visita di Stato in un paese come l’Iran: per una questione di dignità individuale, di credibilità verso la lotta che dici di portare avanti, di coerenza politica.

Ma c’è dell’altro. Il nostro governo ha mandato un’importante rappresentanza a Teheran. C’erano anche Renzi in persona e la ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini. Quest’ultima ha indossato il velo, secondo le “usanze” locali. Ricordiamo tutti, a questo punto, la visita di Rohani in Italia e delle statue coperte per non offendere il leader mediorentale. Forse allora il nostro governo avrebbe dovuto pretendere il rispetto delle nostre tradizioni locali. Quello stesso principio che poi, la nostra politica, esige nei confronti dei migranti ma che non è in grado di applicare alla sua condotta. Così facendo, invece, ha dimostrato subalternità culturale nei confronti di un paese tirannico e teocratico.

Mi chiedo, ancora, come farà la ministra Giannini a metter piede in una scuola, dal suo rientro in Italia, a parlar di eguaglianza formale tra tutti i cittadini e le cittadine quando ha dimostrato, anche lei, di sottostare a una cultura discriminatoria e misogina. Anche lei, con tanto di foto sorridente. Gli atti sono importanti e sono la cartina al tornasole della nostra credibilità. Lo stesso governo, infine, non ha speso una parola sui diritti umani. Forse per Renzi e il suo team è più importante importare petrolio. Chissà perché…

Non stupisce, di fronte tale quadro, che il nostro esecutivo abbia prodotto sino ad oggi leggi mediocri e discriminatorie riservate alle persone Lgbt: se è questa la considerazione che si hanno di gay e lesbiche e dei loro diritti, con tutta evidenza meno importanti degli affari economici, non deve poi stupirci se arrivano unioni civili che ci trattano da cittadini a metà. Grave che tale messaggio arrivi da un esecutivo che si dice attento alla parità di genere, da un politico dichiaratamente gay e da una ministra che dovrebbe rappresentare la scuola italiana, luogo di formazione e del rispetto della dignità umana e del concetto di uguaglianza.