È difficile commentare le immagini del bus rovesciatosi in Spagna, con a bordo tanti ragazzi e ragazze “Erasmus”. Pensare alle 13 vite spezzate genera dolore e sgomento e in ognuno di noi riflessioni personali sulla fugacità del vivere. Poche cose sono allegre come i viaggi in pullman dei più giovani, chiassosi e divertenti, con l’entusiasmo di chi ha ancora tutto davanti e poche cose riescono ad avere quell’intimità dei viaggi di notte, quando tutti dormono, stanchi. È difficile immaginare come questi aspetti di una vita felice possano trasformarsi in una tragedia per tante persone in tutta Europa.

Spagna, si schianta bus di studenti a Tarragona

In un commento, in Facebook, mi hanno scritto “sarebbe bello poter fare qualcosa per queste ragazze”. Condivido. Il pullman spagnolo che tornava verso Barcellona aveva a bordo 57 studenti, di diversa nazionalità, arrivati in Spagna attraverso il programma Erasmus che ha negli anni costruito una generazione che non conosce più le frontiere come nette separazioni tra paesi e culture diverse, ma vive già una dimensione europea integrata. Abbiamo assistito quindi ad una tragedia europea, fatta di ragazze che parlavano lingue diverse e di famiglie che in tutto il continente sono state chiamate da lontano per conoscere il triste destino toccato alle figlie.

Non è la prima volta, quando accadono avvenimenti che ci toccano nel profondo, ci accorgiamo che oltre all’Europa iper-burocratica e spesso incomprensibile di Bruxelles, c’è un’altra Europa che ha definitivamente ingranato la marcia verso un processo irreversibile di fratellanza tra popoli che pur provenienti da storie diverse, hanno riconosciuto l’unicità del disegno europeo. I più giovani sono i veri protagonisti di questo processo, abituati fin dai primissimi viaggi a non trovare barriere alle frontiere, a non cambiare la moneta, a poter parlare ed essere compresi in ogni parte del continente. Dovremmo curare e amare questo tesoro che sta crescendo, di una gioventù europea che non rinnega le proprie radici, ma le vive in un nuovo contesto, consapevole di essere un pezzo di un puzzle più grande.

Quindi sì, sarebbe bello poter fare “qualcosa” in ricordo di queste ragazze. Sarebbe bello che l’altra Europa, quella burocratica, quella degli Stati nazionali, iniziasse a distruggere i muri, fisici e non, che sta innalzando ovunque, in un processo di chiusura che sa di regresso storico. Sarebbe il gesto migliore per ricordare le ragazze e per dire ai loro coetanei che c’è un continente che stiamo costruendo per e con loro. È utopistico? Non credo, la prima volta che si iniziò a discutere di Europa era appena terminata una guerra devastante che ci aveva visti gli uni contro gli altri. Non era certo facile, per motivi oggettivi, eppure si crearono i presupposti per il più grande esperimento politico della storia. Oggi siamo alleati e in pace da circa mezzo secolo, andare avanti o tornare indietro è solo una questione di volontà.