Il 14 marzo, dopo alcuni rinvii, si è chiuso il termine per il conferimento dei prodotti per la VQR, l’esercizio che dovrebbe valutare il sistema dell’università e ricerca in Italia. All’interno del mondo universitario si sono mosse diverse voci non certo contro la valutazione, ma piuttosto contro questa VQR. La criticità principale evidenziata è stata che la VQR dovrebbe assegnare in teoria una quota premiale agli atenei più virtuosi, mentre in pratica è una foglia di fico per coprire i tagli selvaggi ai quali è sottoposto il sistema universitario italiano.

Una parte significativa dei docenti italiani (circa il 10%) ha finalmente deciso di far sentire la propria voce, rifiutandosi di partecipare alla VQR, nella pressoché indifferenza della politica italiana. Gli unici interlocutori sono stati apparentemente i parlamentari del Movimento 5 Stelle, in un evento organizzato il 16 marzo presso la Camera da Francesco D’Uva, un deputato ventottenne M5S laureato in chimica.

Sono stati invitati Carlo Ferraro, promotore del Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria che ha visto 23500 aderenti, Stefano Semplici, e dalla redazione ROARS, Giuseppe De Nicolao ed Alberto Baccini. ROARS è il sito web che difende l’università pubblica demistificando le leggende messe in giro da chi la denigra, e che ha espresso forti perplessità fin dalla prima VQR, quella del 2004-2010. È per certi versi sorprendente che la maggiore sensibilità su questi temi sia stata dimostrata proprio dagli esponenti del Movimento 5 Stelle, additati nell’immaginario collettivo come “quelli delle scie kimike”. Le politiche da Berlusconi, Monti, Letta e Renzi per l’università non sono state affatto dissimili: tagli e tagli.

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In questi anni, le variazioni dei finanziamenti alle università hanno seguito degli andamenti non legati in modo immediato alla VQR. Come esempio, in una situazione di drammatica riduzione dell’organico, con i docenti che vanno in pensione e non sono sostituiti, l’università che nel 2013 ha avuto la maggior quota di turn-over (oltre 500%, a spese delle altre che si sono accontentate del 20% in media) è stata la Scuola Superiore S. Anna di Pisa, quella di cui la allora ministra in carica Maria Chiara Carrozza è stata rettrice. Se confrontiamo l’Italia con gli altri paesi OCSE, vediamo che l’Italia è agli ultimi posti per numero di laureati e investimenti per istruzione e ricerca.

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Questo non è affatto sorprendente: la crescita economica passa attraverso l’istruzione. Se è vero che diversi paesi hanno tagliato le spese per la formazione in modo anche pesante, l’Italia spicca per la contrazione delle risorse. Ovviamente una macchina senza benzina non può funzionare, e infatti ecco i risultati: nel 2015 addirittura la Turchia ha superato l’Italia per percentuale di laureati nella fascia della popolazione 23-34 anni.

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Gli effetti dei tagli sono stati una riduzione di risorse non omogenea sul territorio nazionale: hanno colpito tutti, ma sono stati molto più pesanti nei confronti delle università del centro-sud: siamo di fronte a una compressione globale e selettiva: se l’università italiana è a rischio di marginalizzazione, quella del sud è a rischio estinzione.

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In questo quadro desolante, la maggior parte dei rettori piuttosto che opporsi al gioco al massacro e agire compatti, hanno fatto di tutto per collaborare alla VQR, nella speranza di poter ricevere meno tagli rispetto ai propri vicini. Chi è a favore della VQR sostiene che “non si possono dare risorse senza valutazione”. Tuttavia, è proprio il governo in carica che sembra smentire questa argomentazione con le sue azioni. Negli ultimi dieci anni, l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) ha ricevuto ingenti risorse, dell’ordine di 100 milioni l’anno, con risultati che non si possono ancora definire brillanti. È stata recentemente annunciata da Matteo Renzi la creazione del cosiddetto “Human Technopole”, coordinato proprio dall’IIT, che sorgerà nell’area dell’EXPO, e che sarà finanziato con 150 milioni l’anno per dieci anni, tra le perplessità tra l’altro della senatrice Elena Cattaneo.

Per confronto, la ricerca di tutta l’università italiana sarà finanziata (PRIN) con 30 milioni di euro l’anno per tre anni. I finanziamenti dell’IIT, essendo una fondazione di diritto privato, non dipendono dalla VQR. Perché il governo ritiene che la ricetta dei fondi adeguati sia applicabile all’IIT ma non al resto del sistema della ricerca italiana?