di Franca Falletti *

Per quanto si capisca bene come e perché il nuovo direttore degli Uffizi abbia difficoltà a contraddire il parere del suo ministro e tenti di tutto per assecondarne i desideri, il progetto di far passare tutti i visitatori in uscita dalla Galleria degli Uffizi attraverso il Corridoio vasariano fino al complesso di Palazzo Pitti risulta oggettivamente irto di ostacoli a chiunque abbia esperienza in merito.

Sarebbe stato meglio quindi non parlarne neppure, o almeno farlo in termini di maggiore prudenza. Intendo dire, ad esempio, che sconcerta e allarma la facilità con cui si parla di spostare la collezione degli autoritratti dicendo semplicemente che gli si troverà un altro posto. Magari facendo un nuovo museo degli autoritratti, con relativo biglietto, immagino. Avrei preferito essere almeno rassicurata sul fatto che l’intera collezione non si sposterà dagli spazi che l’hanno vista formarsi attraverso i secoli, grazie alla passione per la cultura e la storia di chi un tempo governava la nostra terra.uffizi2

Tuttavia alla realizzazione di questa sconcertante proposta fa da scudo una buona quantità di puntuali questioni tecniche e anche alcune considerazioni di carattere più generale attinenti all’idea che abbiamo dello sviluppo della nostra città e del ruolo che al suo interno debba assumere il patrimonio culturale. Infatti, prevedere l’emissione di un unico biglietto, adeguatamente rincarato, per i due complessi significa attuare una politica che incentiva la rapidità e quindi la superficialità della visita, costringendo magari chi vuole tenere ritmi più ragionevoli a pagare due volte il biglietto.

Occorre aggiungere che, anche ragionando in linea di principio, in una città piccola e soffocata dal turismo come Firenze è ovvio ed elementare che sia preferibile dividere i flussi e la relativa pressione antropica piuttosto che unificarli.

L’accorpamento del complesso di Pitti alla Galleria degli Uffizi avrebbe inoltre ripercussioni negative sulla vitalità dell’Oltrarno, in quanto lo ridurrebbe all’enorme bocca di scarico di una massa turistica sfinita e satolla di tutti i suoi bisogni spirituali e corporali, desiderosa solo di sdraiarsi sul selciato a recuperare le forze in vista delle giostre serali.

In quanto alle questioni tecniche, esse si possono riassumere nella impossibilità di realizzare adeguate uscite di sicurezza per un passaggio così consistente di pubblico e nella estrema difficoltà di abbattere le barriere architettoniche lungo il percorso, a meno che non si decida di eseguire interventi radicali e traumatici nei confronti delle strutture monumentali esistenti. E’ pure vero che da un governo che si accinge ad interventi altrettanto radicali e traumatici sulla nostra Costituzione democratica ci si potrebbe aspettare anche questo.

Esiste poi un indiscutibile problema di statica, dovuto al passaggio di quattro milioni di piedi ogni anno su una struttura estremamente delicata, quale è quella di cui si parla, quattro milioni di piedi che galoppano in testa alle piccole botteghe orafe aggrappate a strapiombo sull’Arno. L’effetto potrebbe essere, nel giro di qualche anno, un cedimento strutturale disastroso. Del resto i quattro milioni di piedi potrebbero rischiare di diventare otto, perché non si parla sui giornali di come i visitatori, entrando dagli Uffizi e uscendo da Pitti, recupererebbero gli oggetti, come ombrelli e zaini, lasciati in custodia al guardaroba, se non tornando indietro per lo stesso corridoio. Si presume tuttavia che l’ideatore di questo progetto lo sappia.

* Storica dell’Arte, ha diretto la Galleria dell’Accademia dal 1992 al 2013. Cura la rubrica “Cultura sì, cultura no” sulla rivista di perUnaltracittà “La Città invisibile”