Undici droni armati di missili pronti a partire dall’Italia per colpire in Libia. Un piano “B” per l’intervento a terra di una coalizione internazionale con 5mila soldati, coordinato dalle forze italiane in Tripoliana, la Gran Bretagna in Cirenaica, la Francia nel Fezzan. Il tutto coadiuvato dal comando americano che sta dispiegando forze nell’area in previsione di uno spostamento del Califfato dalla Siria in Libia, diventando così il perno di una coalizione internazionale per la stabilizzazione dell’area legittimata sotto le insegne dell’Onu. Quella che proprio l’Italia avrebbe voluto guidare e ora inizia a prendere forma dal cielo. Insomma, se non è guerra poco ci manca, anche se il ministro Gentiloni ribadisce che “I raid non sono un preludio all’intervento e la soluzione non è in improbabili missioni militari”. Dal canto suo l’ambasciatore libico in Italia, Ahmed Safar, cassa in partenza l’ipotesi della tripartizione libica in “protettorati” come inaccettabile: “Sarebbe come separare di nuovo la Germania con un muro. Nessuno lo accetterebbe. E’  un’idea antica. Solo i libici decideranno il proprio futuro e vogliono un governo unito, democratico e liberale”, sottolinea il diplomatico. Sullo sfondo emergono anche le operazioni “clandestine” della Francia per contenere l’espansione dello Stato Islamico che ha segnato oggi un altro atto di sfida al governo libico: le milizie filo-Isis hanno preso il controllo di Sabrata e decapitato 12 guardie prima di essere respinte.

Attacco dal cielo, con i “si” dell’Italia
Il primo tassello dell’impegno italiano parte da terra e arriva dal cielo. Le incursioni con i droni, secondo notizie di queste ore, inizieranno la prossima settimana sotto il comando Usa con decollo dall’aeroporto di Sigonella. Le regole d’ingaggio, frutto di un accordo tra Italia e Stati Uniti, prevedono l’uso solo “in caso di pericolo” per difendere civili e militari sul campo e prevedono autorizzazioni “caso per caso”. Il negoziato sugli hellfire, questo il nome dei dispositivi, è durato nove mesi e segna la svolta nella politica internazionale dell’Italia perché pur non partecipando alla guerra direttamente sul campo il nostro Paese viene proiettato di fatto in prima linea contro l’Isis. Un salto di qualità, scrive il Corriere, “tanto che nelle ultime ore il dispositivo di sicurezza antiterrorismo è stato rafforzato”.

La linea del governo è di assecondare, per quanto possibile, la posizione della Casa Bianca che ha deciso di spezzare la crescita delle “brigate libiche” per non regalare nuovi adepti allo Stato Islamico. Con però l’ultima parola sui raid: dovranno essere preventivamente autorizzati da Roma. Ieri Matteo Renzi, sulla posizione dell’Italia, è tornato a ribadire che “se ci sono iniziative contro terroristi e potenziali attentatori dell’Is, l’Italia farà la sua parte insieme con gli alleati”. Dal punto di vista militare, la macchina dei raid è già in azione. C’è una ricognizione aerea continua, condotta dai droni americani e italiani che decollano da Sigonella; da quelli francesi che perlustrano l’area desertica del Fezzan e da quelli britannici che partono da Cipro. Altri velivoli spia, inclusi i nostri Amx schierati a Trapani, scattano foto e monitorano le comunicazioni radio grazie ad apparati a lungo raggio, che gli permettono di restare fuori dallo spazio aereo libico. Una sorveglianza che avrebbe permesso di selezionare circa duecento potenziali bersagli.

In giornata fonti militari a La Presse precisano che i droni armati non saranno italiani ma americani. I droni americani che partiranno dalle basi italiane di Sigonella contro l’Isis in Libia non avranno il supporto di quelli italiani. Lo spiegano a LaPresse fonti dello stato maggiore della Difesa. I droni italiani infatti svolgono solo attività d’intelligence e riconoscimento, raccolta di immagini e informazioni, e sono attivi al momento su due fronti. Il primo è in funzione anti-Isis con base nel Kuwait nell’ambito di una task force dell’aeronautica. Lì sono impiegati due droni italiani che volano sui cieli iracheni, ma non su quelli siriani. L’altro fronte è quello del Mediterraneo centrale, in supporto all’operazione Eunavfor Med, per evitare tragedie in mare derivanti dal traffico di esseri umani nel Mediterraneo centro-meridionale

Repubblica, citando fonti di intelligence, spiega che finora l’apporto italiano è rimasto ancorato alla sua posizione iniziale: l’Italia non è disposta a partecipare ad azioni su larga scala senza una cornice legale, ossia la richiesta di un governo riconosciuto a livello internazionale. “E senza i nostri aeroporti, non è possibile una campagna aerea su vasta scala. La scorsa settimana, gli F-15 statunitensi che hanno raso al suolo il comando di Sabratha sono decollati dalla Gran Bretagna: una missione che richiede almeno sei rifornimenti in volo di carburante per arrivare sull’obiettivo e tornare indietro”, si legge su Repubblica dove però vengono anche indicati tutti i limiti di un’azione solo dall’aria e i rischi di muovere da terra. Per questo il Pentagono ha dovuto accettare il diritto di veto della Difesa italiana pur di utilizzare la pista di Sigonella per i pattugliamenti dei droni armati durante i raid delle forze speciali.

Il piano B, 5mila uomini a terra. Il ruolo dell’Italia
Nessuno si illude però che a fermare la crescita del Califfato bastino i bombardamenti. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno”. Ed ecco materializzarsi il “piano B”: l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento – scrivono oggi Repubblica e Messaggero – è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Nella storica capitale verrebbero concentrati gli sforzi per debellare lo Stato islamico, schierando in Tripolitania un contingente occidentale che contribuisca a difendere le infrastrutture chiave (porti, aeroporti, oleodotti, terminal petroliferi). Una missione rischiosa, che verrebbe affidata all’Italia: il piano elaborato da oltre un anno che prevede “fino a cinquemila soldati”. Se ne è parlato tante volte, ma adesso la macchina militare e diplomatica sta accelerando di fronte all’avanzata dell’Is.

I blitz “segreti” della Francia, quelli dell’Isis per decapitare
Regole di ingaggio, operazioni autorizzate. Ma sul terreno avviene tutt’altro su entrambi i fronti. Proprio stamane le milizie filo-Isis in Libia hanno preso per qualche ora  il controllo del quartier generale della sicurezza a Sabrata, decapitando 12 guardie, prima di essere respinte. Nell’incursione, che non ha risparmiato l’ospedale, sono state uccise 24 persone. Lo hanno reso noto due funzionari locali. Taher al-Gharabili, capo del consiglio militare della città, ha riferito che i jihadisti sono entrati nel centro della città mentre i soldati erano impegnati in un’altra operazione. Hanno ucciso 19 guardie – decapitandone 12 – al quartier generale della sicurezza, che hanno occupato per circa tre ore. Da Parigi, arriva poi la notizia che anche sul fronte occidentale e proprio con epicentro a Sabrata non si risparmiano incursioni per operazioni mai autorizzate.  Si tratta – rivela oggi Le Monde – di raid puntuali, molto mirati, preparati con azioni “discrete”, vale a dire segrete condotte dalla Direzione generale per la sicurezza estera, ovvero dall’intelligence. In Libia, scrive sempre il quotidiano, l’obbiettivo francese non è vincere la guerra ma colpire i quadri dirigenti dell’Isis. E questa operazione Parigi la sta realizzando di concerto con Washington e Londra, come dimostra il raid americano del 19 febbraio scorso a Sabrata. Le Monde aggiunge anche che sarebbero stati proprio i francesi ad avviare l’analogo bombardamento che avrebbe portato all’eliminazione nel novembre scorso a Derna l’iracheno Abu Nabil, principale leader dell’Isis in Libia.

Sulla rivelazione di Le Mond si scatena l’ira del ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian. Secondo il sito internet del settimanale Le Point, il ministro ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per “compromissione del segreto della difesa nazionale”. Obiettivo dell’indagine – precisa Le Point – è identificare le fonti che hanno permesso a Le Monde di scrivere quell’articolo e che rischiano fino a tre anni di carcere e una multa da 45.000 euro.