Per le nomine dei direttori generali delle Asl cambia la forma, ma non la sostanza. Con il risultato che lo sbandierato proposito di sfilare la gestione del sistema sanitario dalle mani della politica locale rischia di restare solo un desiderio del ministro della sanità Beatrice Lorenzin. Tecnicamente, infatti, con il decreto legislativo sulle nomine Asl il governo ha introdotto criteri di selezione e di merito. Tuttavia, all’atto pratico, la scelta dei circa 200 superdirigenti, gestori di circa 111 miliardi di fondi pubblici, resta saldamente nelle mani delle Regioni. In che modo? Attraverso la richiesta specifica ai candidati direttori di un “attestato rilasciato all’esito del corso di formazione in materia di sanità pubblica” che sarà organizzato in collaborazione con l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, le università o altri soggetti pubblici. Ma anche con un sistema di controllo “autogestito” che tiene lontani i soggetti valutatori terzi rispetto all’ente locale che nomina il dirigente.

In dettaglio il decreto sui manager delle Asl, uno dei testi attuativi della riforma della pubblica amministrazione firmata da Marianna Madia, sancisce la nascita di un elenco nazionale dei potenziali dirigenti presso il ministero della Salute. La norma stabilisce poi che la lista dei candidati agli incarichi di direttore generale di aziende sanitarie locali, aziende ospedaliere e altri enti del Servizio sanitario nazionale sia stilata da un’apposita commissione di cinque esperti: due designati dal ministero, uno dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari e due dalla Conferenza permanente per i rapporti fra Stato, regioni e province autonome di Trento e Bolzano.

Fin qui la riforma sembra dare un taglio a un passato di nomine legate a doppio filo con la politica locale. Ma mostra la sua fragilità sul tema dei criteri di selezione. Il decreto legislativo stabilisce infatti che, entro 120 giorni dall’insediamento, la commissione debba formare la lista dei papabili, di età inferiore ai 65 anni, sulla base di tre fattori: titolo di studio, comprovata esperienza dirigenziale almeno quinquennale nel settore sanitario o settennale in altro comparto, e infine attestato regionale del corso di formazione in sanità pubblica. Detta in altri termini, solo chi supererà i corsi promossi dalle Regioni potrà candidarsi alle selezioni nazionali. Si tratta, insomma, di un requisito sostanziale che tuttavia attribuisce un potente ruolo di scrematura delle candidature agli enti locali. E non lascia spazio a criteri meritocratici come formazione all’estero né chiede conto dei risultati concreti raggiunti nelle precedenti esperienze di gestione.

Non solo: a nominare i nuovi direttori generali saranno i presidenti delle Regioni (di concerto con il rettore per le aziende universitarie) scegliendo in una rosa di tre candidati pescati fra i nomi dell’elenco nazionale da una commissione regionale e un esperto dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari. E il controllo finale sull’operato del manager sarà affidato allo stesso ente che lo ha nominato: sarà infatti sempre la Regione, trascorsi 24 mesi, a valutare se il manager ha raggiunto gli obiettivi fissati a inizio mandato e, in caso di insuccesso, a decretare la cessazione dell’incarico del manager. Che potrà poi nuovamente iscriversi nell’elenco dei candidati dirigenti sanitari, in rinnovamento ogni due anni.

“E’ una situazione gattopardesca: cambiare tutto per non cambiare nulla – commenta il segretario dell’Associazione medici e dirigenti del Servizio sanitario nazionale (Anaao), Costantino Troise – la riforma mantiene intatta la catena di controllo della sanità sempre più nelle mani della politica. Per non parlare del fatto che non esiste un sistema di valutazione terzo dell’operato del manager nominato dal presidente della Regione, che poi dovrà verificare i risultati sulla base di obiettivi e criteri non chiari. Mi sembra davvero un’operazione di maquillage”.

Per l’Anaao, l’albo nazionale era effettivamente un’iniziativa necessaria, ma il decreto fallisce nell’obiettivo di renderla efficiente con criteri meritocratici, scollati dalle dinamiche della politica regionale. “La selezione a monte è positiva, ma lasciano perplessi i requisiti richiesti che sono vaghi e non direttamente correlati all’incarico ricoperto – prosegue – Il peggio è poi che la riforma taglia fuori i medici, il territorio con i comuni e le aree metropolitane ma soprattutto i cittadini. E, alla fine, attribuisce potere alla regione e a un suo manager monocratico concentrato sul taglio dei costi piuttosto che sulla funzione pubblica e sociale del servizio sanitario”. Con il risultato che, come accade ormai sempre più spesso, a pagare il conto saranno i cittadini che già hanno assistito inermi a un pesante taglio delle prestazioni sanitarie.