Clandestino, migranti, profughi, richiedenti asilo…tutte queste parole nella Giungla di Calais non hanno alcun senso. Ci sono solo uomini e donne, disperati in cerca di un futuro migliore. Tutto qui.

La chiamano ‘Giungla’ perché in teoria in simili condizioni ci dovrebbero vivere solo gli animali, invece a Calais, a ridosso del canale della Manica nel nord della Francia, ci vivono gli uomini. Tutto intorno proseguono i lavori di messa in sicurezza dell’area, con una nuova recinzione lungo la vicina autostrada e un massiccio pattugliamento da parte della polizia francese. Di notte non si placano i tentativi dei migranti di passare illegalmente il canale, soprattutto salendo di nascosto sui tanti Tir che lo attraversano quotidianamente.

Migrant crisis

Le piogge degli ultimi giorni hanno trasformato l’intero campo in un unico grande acquitrino. Acqua e fango sono dappertutto, anche all’interno delle molte tende allestite alla buona dai migranti e che resistono a mala pena alle forti folate del tipico vento della regione. Immondizia e rifiuti ovunque. Ognuno cerca riparo dal freddo dove e come può, nei precari rifugi costruiti o nelle poche baracche dove sono stati allestiti dei punti di ritrovo e ristoro. Fuori una piccola baracca si legge “doccia calda”, insufficiente per servire adeguatamente gli oltre 4000 migranti presenti nel campo, ma la stima è del tutto approssimativa. Per il resto, ognuno si lava come può in adiacenza delle fontane e lavabi comuni a disposizione. L’acqua viene raccolta in bottiglie e recipienti vari, qualcuno usa perfino dei sacchi dell’immondizia. Le toilette chimiche disseminate nel campo sono in pessime condizioni, tanto che qualcuno preferisce evacuare all’aperto.

Decine di volontari, molti inglesi, quasi tutti giovani, si affannano per fornire aiuti di prima necessità, come cibo, vestiti, coperte e interventi di primo soccorso. Numerose le associazioni caritatevoli attive sul terreno come Medici senza frontiere, La Vie Active e Medecins du Monde. “Forniamo soprattutto cure di base, è fondamentale”, mi spiega un medico Msf, secondo il quale “ci sono vari casi di bronchite, polmoniti e, purtroppo, anche casi di scabbia”. Più che di medicinali e volontari, le associazioni lamentano il bisogno di interpreti, soprattutto dall’arabo e dal farsi, vista la massiccia presenza di profughi siriani, afghani e iraniani. Nutrita anche la presenza di migranti africani, dal Ciad, Eritrea e Sudan.

L’Inghilterra resta l’obiettivo principale, anzi l’unico, di tutti i migranti presenti del campo. Ogni notte, all’imbrunire, gruppi di decine di ragazzi cercano un varco tra le maglie delle forze dell’ordine, camminano fino alle stazioni di servizio più vicine o alle aree di sosta, lontane qualche chilometro, e lì cercano di salire clandestinamente a bordo di qualche camion diretto oltre Manica.

“Ci sono trafficanti di uomini che con 6000 sterline ti portano dall’altra parte”, mi racconta un ragazzo iraniano. “Ma chi ce li ha tutti quei soldi? Anche questa notte proveremo a salire sui tir”.

Mentre cammino in mezzo a tanta disperazione e parlo con ragazzi che hanno più o meno la mia età ma molta meno fortuna nella vita, ripenso alle parole di politici e politicanti vari che in Parlamento come nei vari salotti televisivi – rigorosamente al caldo – si avventurano in disquisizioni semantiche e sofistiche distinzioni tra clandestini, profughi e migranti economici. Mi guardo attorno e vedo solo persone umane alla disperata ricerca di un futuro migliore, o più semplicemente solo di un futuro.

@AlessioPisano

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