Festival della Canzone Italiana, Prima Serata

La prima giornata di Sanremo, che poi sarebbe la nostra seconda giornata di Sanremo, è inzupposa. Altra definizione non mi viene in mente. Sarà che tutta la pioggia presa durante il giorno, associata al rito voodoo che Laura Pausini e il suo staff, con questa bambolina con le mie sembianze infilzata tutto il giorno da lunghi spilloni appuntiti, hanno reso il mio martedì sanremese quantomai umido, di pioggia e di sangue.

Se il giorno del lunedì era stato quello di avvicinamento, con noi qui a prendere le misure del Festival, a familiarizzare nuovamente con Sanremo, a flirtare con gli artisti amici, e vincere diffidenze e paure di quelli che non conosciamo, il secondo è quello in cui si comincia a fare sul serio, niente più scherzi.

I primi articoli, con i primi giudizi, relativi alle prove, sono usciti, quindi ci sono nuovi equilibri da mettere in piedi, facce lunghe da far tornare normali, vernice metallizzata da passare sui disegni incisi con un chiodo arrugginito sulla fiancata della macchina. Intorno, ovviamente, imperversa il solito circo, il bar di Guerre Stellari continua a pullulare di mostri, ma l’adrenalina e un certo agone sportivo cominciano a farsi sentire, quindi l’attenzione è un po’ spostata sul dentro Ariston, più che sul fuori.

In realtà la giornata si svolge nel solito tourbillon di situazioni surreali, proprio a partire dell’ennesimo scazzo con la Pausini, di cui però si è parlato altrove. Ciò non fa che rendere l’attesa per la partenza vera e propria qualcosa cui guardare quasi con sollievo. Oltre che guardarmi le spalle in continuazione, vuoi per una forma di paranoia cui la presenza costante di Giletti in tuta da ginnastica mi ha indotto, vuoi per gli sguardi carichi d’odio di certi colleghi cui nessuno ha ancora spiegato che se vai in televisione a dire che la band prodotta dal tuo datore di lavoro è fenomenale, nonostante tutti abbiano sentito le stecche di suddetta band, allora, forse, stai compromettendo quel briciolo di credibilità che l’esserti fatto certi selfie, e soprattutto aver scritto e detto quello che hai scritto e detto per anni, hanno miracolosamente conservato.

Oltre che guardarmi le spalle in continuazione, quindi, ho cominciato quella strana forma di occupazione militare dell’etere che è tipica del Festival della Canzone Italiana. Scrivi certe cose, la gente le legge, quindi cominciano a arrivarti telefonate su telefonate per averti come ospite in trasmissioni radio che parlano di Sanremo lontane da Sanremo. Trasmissioni cui, per prassi, si partecipa direttamente dal roof Garden, il luogo sopra il Teatro Ariston dove si trova la Sala stampa e in cui, causa diluvio universale (non la canzone di Annalisa, ma proprio il diluvio universale vero) siamo in qualche modo costretti a star rintanati. Parlare alla radio attraverso un cellulare mentre hai intorno centinaia di persone che parlano è impresa ostica, quasi quanto farsi piacere la canzone di Fragola, ma a differenza di quel che succede col brano del cantante siciliano, mi riesce.

Fuori, sotto l’acqua, ci sono ancora i fan in caccia di selfie e un numero di poliziotti e carabinieri talmente alto da avermi indotto a pensare che nel mentre sono rientrati in Italia anche i marò. La giornata era iniziata con una passeggiata al mare, per riordinarsi le idee, prima della pioggia, e un caffè al bar nella piazzetta antistante all’Ariston. Un bar che è diventato, sembra, la sede operativa del team di Ermal Meta, uno dei cantautori in gara tra i giovani.

Ottima idea promozionale e tattica, va detto, perché da qui transitano migliaia di persone, in questi giorni, e si sa che non c’è niente come il passaparola. Il passaparola che induce Ermal Meta a dirmi, mentre veniamo presentati, “Sì, ti conosco,” col tono di voce di ha appena ricevuto al telefono la risposta “ti ho appena fatto un bonifico” da parte dell’amministrazione del tuo ex datore di lavoro che ancora ti deve ultimo stipendio e liquidazione. Da oltre un anno. Questa cosa dell’essere considerato uno cattivo è il mio Sanremo 2016.

Questo e Giletti in tuta da ginnastica. Lo prendo come un segno del karma. Karma che però parla una lingua che io non conosco. Spero in google traduttore, quando ho un attimo di tempo ci provo. A pochi passi dal teatro e dalla folla, c’è la sfilza di alberghi dove si trovano i cantanti coi loro staff, e fuori dagli alberghi ci sono loro, i fan con smartphone e foglietto per gli autografi. Sono talmente fan che, giuro, si fanno foto coi cantanti e poi gli chiedono “Chi sei?”. Così succede che a farsi le foto coi fan finiscono spesso cantanti, o sedicenti tali, che non sono in gara. Probabilmente non sono neanche cantanti. Notorietà riflessa. Se passeggi per cento metri col pass della stampa, capace che torni al roof Garden con qualche decina di cd in mano, di gente che col Festival non c’entra niente. Gente che ti vede di corsa, sudato, bagnato per la pioggia, che implori un vigile di dirti dove puoi andarti a prendere un pezzo di pizza al trancio, onde evitare di saltare i pasti un altro giorno, il tuo capo che ti chiama al cellulare, e ti dicono “Hai qualche minuto per farmi un’intervista”? Fortuna che ogni tanto salta fuori il matto di Sanremo, perché credo che sia un personaggio noto ai più, in città, che bestemmiando con una voce degna di Pavarotti da giovane, se ne va in giro maledicendo tutti.

La colpa che lo indice a sfanculare chiunque è di creare confusione, di costringerlo a fare giri lunghi perché ci sono le transenne, di star li a non far niente mentre lui è in ritardo. Lo seguo per un po’, in uno dei pochi momenti in cui non piove e lo sento tirare giù una sfilza articolatissima di moccoli davanti al Tir da cui vengono trasmesse i programmi in diretta di Radio 2 Rai. C’è Luca Barbarossa che sta strimpellando la sua chitarra acustica, si becca i suoi improperi e, va detto, non fa una piega. Quando si dice l’esperienza. Continuo il mio giro, perché sto cercando di raccogliere notizie su cosa faccia Morgan tutto il giorno. Non si presenta alle interviste, è un fatto, e non si capisce bene dove finisca. Quando l’altra notte Livio e Andy mi hanno assicurato di averlo messo a nanna per recuperare la voce, evidentemente, non sapevano che nel mentre lui aveva lasciato il talamo e si era presentato allo show case di Francesca Michielin, dando vita al più clamoroso atto di trollaggio dal vivo dai tempi di Gianluca Grignani ubriaco al concerto di Omar Pedrini (e di Gianluca Grignani ubriaco da Gigi D’Alessio). Lui lì, a interrompere lo show, a dire quattro cose non esattamente sensate e poi scomparire, nella notte.

Lo cerco, ma non lo trovo. Trovo invece gente come Awana Gana, sempre che si scriva così, o il tipo basso e ciccio che canta la sigla della rubrica di Vincenzo Mollica al Tg1, e di colpo il mondo mi sembra un posto meno triste. Poi arriva la sera, con la coda di gente imbellettata che cerca di entrare al teatro senza sputtanarsi abiti e pettinature. Poi il programma, di cui si parla altrove. Laura ha un abito nero e rosa antico. Per la cronaca. Lo spettacolo non mi piace, lo trovo noioso. Le canzoni, invece, le trovo come le sapevo, alcune belle, alcune particolarmente brutte. In sala stampa vedi tutti i tic della categoria. Leggi tweet di gente che si deve guadagnare il pane rendendo pubblica la propria vergogna, quasi sempre dichiarando amore agli artisti che provengono dal mondo della gente normale. Gente che viene puntualmente ripresa dai followers, ma è meglio calpestare la propria dignità che trovarsi una testa di asino in camera, mi par di capire.

Dopo arriva il momento del Dopofestival, che mi vede nello stesso momento a pochi metri sia dalla Pausini che da Fragola. Non intervengo, per oggi, anche per via di questa scocciatura della canna della pistola, fredda, che mi sento spingere sulle costole ogni volta che sto per fare una domanda ai Dear Jack o Fragola. Benedetti uffici stampa. Ne approfitto per presentarmi proprio a Fragola, come gesto distensivo. Ancora non sono uscite le pagelle, meglio approfittarne. Finito qui, e sono le due e tre quarti, si corre tutti agli studi di Radio 105, a Casa Sanremo, dove si tiene un concerto di Ruggeri, in acustico. Enrico ha quasi il triplo dell’età dei concorrenti che vengono dai talent, ma li sovrasta per vitalità e arte.

Si ascolta finalmente buona musica, si beve whiskey, sempre a stomaco vuoto, ci si lascia andare a considerazioni poco lusinghiere sull’acustica. Poi si riparte, altro giro altra giostra. Io mi fermo qui, come nella canzone di Marco Armani. Faccio due passi a piedi, perché ha smesso di piovere. Cerco ancora Morgan, che non si è ovviamente presentato al Dopofestival. Stasera altra puntata, e arrivano anche i giovani. Chiudo quindi con il messaggio di Chiara Dello Iacovo, per cui faccio il tifo. Me lo ha mandato mentre ero al Dopofestival. “Domani è il grande giorno e io penso ai pirati.- L’immagine più significativa della giornata di oggi le vetrate del camion di RadioNorba che sferzate dalla pioggia battente davano la sensazione di essere al timone di un galeone nella tempesta: ci credi che il conduttore è soprannominato l’Olandese Volante? O almeno così mi sembra di aver capito. Beh, di sicuro così mi piacerà raccontarla… e in fondo c’è davvero differenza?” In bocca al lupo, Chiara, a te, agli altri giovani, ai BiG e anche a tutti noi, ne abbiamo bisogno.