“Passo dopo passo l’Italia viene trascinata in guerra in Iraq”. Per Germano Dottori, docente di studi strategici all’Università Luiss di Roma, la natura della missione militare italiana in Iraq sta diventando decisamente ‘combat’ e sta assumendo una dimensione che comporterà costi molto elevati.

La missione di personal recovery del contingente di 130 uomini che il ministro Roberta Pinotti ha annunciato di voler inviare subito a Erbil costituisce una missione di guerra a tutti gli effetti, poiché significa andare a recuperare feriti in aree di combattimento con assetti aerei in grado di garantire la sicurezza della missione”. Una conferma in tal senso viene da fonti della Difesa, che am IlFattoQuotidiano.it riferiscono l’impiego del 7° Reggimento Aviazione dell’Esercito Vega di Rimini con elicotteri d’attacco A129 Mangusta in grado di proteggere i velivoli di soccorso. Probabile, secondo Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italiana Difesa, anche il coinvolgimento degli incursori del 17° Stormo dell’Aeronautica di Furbara.

Non meno ‘guerresca’ la postura dei 450 uomini che verranno inviati in primavera a protezione degli operai italiani della Trevis Spa di Cesena che lavoreranno alla diga di Mosul: fonti dello Stato Maggiore confermano l’impiego dei bersaglieri della brigata “pesante” Garibaldi con carri armati Ariete e cannoni semoventi cingolati Panzer. Assetti che, spiega Dottori, “sono necessari a proteggere un obiettivo sensibile come la diga di Mosul dai pensati attacchi condotti dall’Isis con i camion bomba, contro i quali non bastano le mitragliatrici, ci vogliono le cannonate”.

Negli ultimi mesi gli attacchi dell’Isis alla diga, attualmente protetta dai Peshmerga curdi, si sono verificati senza sosta e, come spiega Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it, “l’arrivo di truppe ‘crociate’ occidentali costituirà per l’Isis un obiettivo molto attraente, senza contare il rischio di rappresaglie quando scatterà l’offensiva per liberare la città di Mosul”.

L’esatto contrario di ciò che assicurava solo il 17 dicembre la stessa Pinotti, commentando l’annuncio della missione a Mosul dato da Matteo Renzi due giorni prima a Porta a Porta e assicurando che i soldati “non andranno a combattere” ma solo “a proteggere il lavoro dell’impresa italiana che compirà il lavori sulla diga”.

Una missione ad alto rischio e ad alto costo. Finora la missione in Iraq – 750 uomini e pochi mezzi – è costata circa 200 milioni di euro l’anno, ma secondo Dottori “con oltre 1300 uomini sul terreno, più la logistica necessaria per il dispiegamento di assetti aerei e terrestri di questo tipo, si arriverà ad un costo di almeno mezzo miliardo l’anno”.

Se a questa si aggiungono i circa 400 milioni l’anno per la rinforzata missione in Afghanistan (salita a 900 uomini), i 200 milioni per il Libano (1.100 uomini che andranno ad aumentare per sopperire al disimpegno francese) circa 100 milioni per la missione in Kosovo (500 uomini), altrettanti per le missioni navali nel Mediterraneo, oltre 50 milioni per la missione anti-pirateria Atalanta e una trentina per la missione in Somalia, più tutte le altre missioni minori, si sfiorerà il miliardo e mezzo.

Un costo che verrà coperto con i 940 milioni del fondo missioni 2016 del Ministero dell’Economia e delle Finanze e con i 600 milioni del fondo speciale per le operazioni militari della Presidenza del Consiglio. Tutto questo, ovviamente, senza contare l’ormai scontato impegno militare in Libia.