Una volta erano i presidenti delle squadre di calcio a lamentarsi del loro allenatore. Anzi, a dirla tutta in Italia è ancora così: basta vedere le frecciate riservate quest’anno da Berlusconi a Mihajlovic, o l’ultimo coup de théâtre di Zamparini che in una sola notte ha licenziato Ballardini e richiamato Iachini per poi riconfermare Ballardini. Nella Premier League inglese invece, dove il calcio ha oramai abbandonato del tutto il capitalismo industriale che prevede la presenza dei padroni (“i ricchi scemi”, li definì il presidente del Coni Giulio Onesti) trasportando i club nel vortice della finanza, spesso creativa, succede che sono gli sponsor a lamentarsi dell’allenatore se le cose non vanno bene. E così l’amministratore delegato di Adidas, Herbert Hainer, ha detto al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung: “Siamo soddisfatti da un punto di vista commerciale, ma il gioco espresso dal Manchester United non è certo quello che vorremmo vedere”. Dando una decisa spinta al pericolante tecnico olandese Louis Van Gaal, che da settimane si trova sull’orlo dell’esonero.

Ci sono alcuni fatti da considerare alla luce di queste dichiarazioni, abbastanza clamorose e senza precedenti. La proprietà del Manchester United è una oscura finanziaria con sede nel Delaware, paradiso fiscale degli Stati Uniti, i cui rappresentanti della famiglia Glazer mai intervengono sulle questioni tecniche. Questo andava bene fino a che c’era un allenatore plenipotenziario come Alex Ferguson, e andrà bene magari un domani con Mourinho, ma oggi la società risente di questo vuoto di potere. Ed ecco allora intervenire il numero uno di Adidas, che lo fa dall’alto dell’accordo monstre di sponsorizzazione tecnica, cominciato proprio quest’anno, e che vale l’incredibile cifra di 1 miliardo di euro circa per 10 anni. Per capirci, sempre da Adidas il Bayern prende 60 milioni l’anno, l’Arsenal da Puma ne prende 40. Mentre Juventus, Milan e Inter ne incassano poco più di 20, il Manchester United circa 97 a stagione: un altro pianeta.

Così come sono imparagonabili le cifre dello sponsor di maglia: lo United prende 60 milioni annui da Chevrolet. In Italia Juventus e Milan si devono accontentare di 20 milioni circa, l’Inter ancora meno. Questo per rimarcare ancora di più la differenza tra il vecchio calcio industriale e il nuovo calcio finanziario. Il lato oscuro della vicenda è, come denunciò lo scorso anno il quotidiano brasiliano O Estado de Săo Paulo, che le convocazioni della nazionale verdeoro sarebbero decise dalla Nike. Ma rimaniamo in Inghilterra, altra considerazione importante è che, sempre nella medesima intervista, Herbert Hainer alla Suddeutsche Zeitung ha ribadito che Adidas è assai contenta del contratto stipulato, spiegando: “Gli ottimi risultati di marketing di questo periodo sono dovuti alla ricca storia del club, non alle gioie del campo. Con 650 milioni di tifosi nel mondo è facile raggiungere certi traguardi”. Il Manchester United, pur non vincendo un campionato da tre anni e una Champions da sette, è infatti in testa al numero di magliette vendute ogni anno nel mondo insieme al Real Madrid. Si parla di circa 1,5 milioni l’anno.

A settembre poi è uscita una classifica delle maglie dei giocatori più vendute per la nuova stagione, dopo Messi e Cristiano Ronaldo si è piazzato l’olandese Memphis Depay: ottimo giocatore, magari futuro fuoriclasse, ma il cui unico merito finora è di essere stato solo l’acquisto estivo di punta del Manchester United. Sempre a guardare la vendita di maglie, si scopre che al quinto posto, con 825mila t-shirt vendute ogni anno, c’è l’Arsenal, che non vince un campionato da oltre dieci anni e non ha mai vinto la Champions. Ennesima dimostrazione che nella nuova dimensione finanziaria del calcio vincere è l’ultimo dei problemi. Basta avere le giuste strategie commerciali, e magari giocare un calcio leggermente migliore di quello che offre Louis Van Gaal. Che questo però non serva da scusa al vecchio calcio italiano, che di sicuro non vince, ma nemmeno è in grado di attirare sponsor e vendere magliette.

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