Sono indagati per omicidio volontario e distruzione di cadavere i due nipoti di Mario Bozzoli, l’imprenditore bresciano svanito nel nulla l’8 ottobre senza lasciare traccia, e due operai che erano presenti in azienda la sera della scomparsa. L’inchiesta della Procura di Brescia sul giallo di Marcheno, aperta finora per sequestro di persona a carico di ignoti, è arrivata oggi (venerdì 18 dicembre) a una svolta dopo alcune perquisizioni che sono state effettuate dai carabinieri in Val Trompia nelle abitazioni di alcuni parenti e dipendenti della fonderia Bozzoli.

Alex e Giacomo Bozzoli, nipoti del titolare Mario, e i dipendenti della fonderia Oscar Maggi (l’altro addetto ai forni insieme a Giuseppe Ghirardini, trovato morto il 18 ottobre a Ponte di Legno, e un operaio senegalese Aboagye Akwasi, sono stati interrogati dai carabinieri guidati dal colonnello Giuseppe Spina.

Sono usciti dopo un’ora di interrogatorio e hanno ricevuto l’avviso di garanzia ma restano indagati a piede libero. Alex e Giacomo Bozzoli, nipoti dello scomparso e figli del fratello Adelio che è comproprietario della fonderia di ottone in alta Val Trompia, erano presenti in fabbrica la sera della sparizione dell’imprenditore: il Porsche Cayenne di Giacomo sarebbe stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza della fonderia mentre entrava e usciva tra le 19 e le 20, mentre Alex è stato immortalato dalle telecamere della trasmissione di Rai3 Chi l’ha visto? mentre distruggeva alcuni documenti negli uffici amministrativi della ditta pochi minuti prima che i carabinieri ponessero i sigilli sulla fabbrica per ordine del magistrato.

La moglie di Mario Bozzoli, Irene Zubani, già la mattina successiva alla scomparsa aveva raccontato agli inquirenti le tensioni all’interno della famiglia dovute al “cambio generazionale dei vertici dell’azienda” e la “fumata anomala” segnalata dagli operai presenti quella sera in azienda, proprio nelle ore in cui Bozzoli spariva nel nulla. A riferire questo particolare alla moglie di Mario Bozzoli – secondo quanto appreso da ilfattoquotidiano.it – sarebbe stato proprio l’addetto ai forni dello stabilimento Giuseppe Ghirardini, scomparso cinque giorni dopo e trovato morto in un torrente di alta montagna a Case di Viso, a 100 chilometri dalla sua abitazione. Anche sulla morte di Ghirardini, per la quale al momento non risultano iscritti nel registro degli indagati (il fascicolo rimane aperto per istigazione al suicidio), gli investigatori fanno sapere che le indagini si starebbero indirizzando verso altri scenari e l’ipotesi del suicidio si starebbe rivelando sempre meno convincente.

Ghiardini, nel cui stomaco sono state ritrovate due capsule di cianuro contenute in un’esca da caccia fuori commercio dagli anni ’70, era uno dei testimoni chiave del caso Bozzoli. Il giorno della sua scomparsa doveva essere riascoltato dai carabinieri che indagavano sulla sparizione del suo titolare. “Non regge l’idea che un cacciatore, che aveva a disposizione diversi fucili e conosceva anche l’effetto dei veleni – spiega a ilfattoquotidiano.it una fonte investigativa – vada a morire a 100 chilometri di distanza, su un sentiero di montagna, assumendo del cianuro. La morte da cianuro è preceduta da un’agonia che dura solo 120 secondi, ma è una delle più terribili che si possano immaginare”.