di Carla Peirolero

Si fa un gran parlare di presepe sì presepe no, ma intanto arrivano i “regali” di Natale a chi porta avanti progetti sul tema del dialogo tra culture e di educazione alla cittadinanza globale, quali antidoti alla violenza e alla discriminazione, soprattutto nelle fasce più emarginate e nelle scuole multietniche di oggi. Iniziative che intercettano bisogni primari, a detta di docenti e studenti. Ma contano i bisogni e i risultati, in cultura? Dopo 7 anni di successi l’assessore alla Formazione e alla cultura Ilaria Cavo della neonata Giunta Toti (cui da settembre chiediamo un incontro, per ora senza risposta) ha sforbiciato di netto il contributo al nostro progetto formativo Intercultura va a Scuola.

Ventimila euro l’anno per un servizio che copriva tutta la Regione, circa 5.000 studenti coinvolti in 15 Istituti. Ci fanno buona compagnia il Teatro dell’Ortica, Music for Peace e altre più o meno piccole (ma preziose) realtà liguri. Nella sua ultima dichiarazione a Primocanale l’assessore sostiene di aver tolto fondi ad un capitolo di bilancio dove c’era un po’ di tutto per destinarli al trasporto a scuola dei disabili, aggiungendo che “queste associazioni, tra cui il Suq, prendono già contributi per gli spettacoli”.

Dev’essere chiaro che noi (come tutte le associazioni culturali, i teatri e le compagnie) pur non avendo scopo di lucro abbiamo scopo di lavoro, per cui partecipiamo a tutti i bandi possibili, nazionali, regionali ed europei, per recuperare risorse, oltre ai fondi propri che ci arrivano da quote associative, biglietti, sponsor, e nel caso del Suq dalle quote di artigiani e ristoratori. Se quindi per il Suq Festival grazie al Bando Liguria dei Festival e a punteggi e indicatori precisi riusciamo ad aver un contributo di 33.000 euro lordi (solo il 15% del budget totale della manifestazione, notare), perché non dovremmo candidarci a svolgere un servizio educativo/culturale/sociale se è utile, funziona e costa poco?

Questa visione assistenziale del lavoro culturale non ci piace, né ci appartiene. Non è un favore che si fa agli operatori culturali dare un contributo, ma si restituisce se mai in forma di servizio alla comunità quanto i cittadini versano agli enti pubblici, essendone i principali finanziatori. Tra l’altro, vale forse la pena ricordare che i 5 milioni di stranieri residenti in Italia (l’8,2% della popolazione) versano tra tasse e contributi oltre 13 miliardi di euro l’anno allo Stato. Non è di primaria importanza prendersi cura dell’inserimento costruttivo e dignitoso di queste comunità nel nostro tessuto sociale? Negli anni abbiamo sviluppato progetti per l’assessorato alla Cooperazione sull’educazione alla mondialità, e il progetto Coro delle Badanti sul Bando per l’Integrazione.

Non parliamo di grandi cifre, ma di un mosaico che ci ha consentito di reggere e garantire ogni anno circa 1000 giornate lavorative ad uno staff ristretto e professionale, a molti collaboratori, consulenti e artisti. Dal 1999 ad oggi sollecitati dalle istituzioni e dai parametri Europei sulla sostenibilità abbiamo ribaltato la percentuale dei finanziamenti, ed ora la nostra attività complessiva si basa soltanto per il 30% su contributi pubblici (Mibact, Regione, Comune). Si fa un gran parlare di economia della cultura e di premiare chi è sostenibile, chi produce in modo innovativo, chi sa fare impresa… Tutti aspetti che il Suq ha garantito, ed esportato, anche come modello di partecipazione attiva dei cittadini, come si è visto dalla recente esperienza del Suq a Milano per La Fabbrica del Dialogo con il Suq delle Culture.

Giustificare simili tagli dicendo “Abbiamo deciso di trasferire quei fondi al trasporto disabili”, ha il sapore di una gara dei bisognosi dove comunque c’è qualcuno che perde. Come se il risparmio si dovesse fare per forza tagliando chi fa un servizio comunque necessario e con ottimi risultati. Che si taglino sprechi, cose che non funzionano o alcune mega strutture di scarsa efficienza. Altrimenti, in un Paese già fanalino di coda europeo per investimenti, la “cultura” sarà monocolore, un monopolio di chi ha rendite di posizione e spazi, e dal basso non crescerà mai nulla di innovativo, e se nasce appassisce prima di fiorire. Perché anche la passione, senza una regia istituzionale che la metta a sistema e la supporti, ha una scadenza.