E se le biblioteche diventassero le fabbriche dei libri? Si, proprio fabbriche. Con gli operai, gli impiegati, i macchinari e anche l’odore della fabbrica: quell’odore caratteristico degli spazi in cui si costruisce, si fanno cose. Siamo stati abituati a pensare, e a vivere le biblioteche come luoghi di accesso ai libri, ma è ancora vero? Con l’arrivo del digitale accade che un’intera biblioteca può stare in uno smartphone e viene da chiedersi: hanno ancora senso le biblioteche così come le conosciamo?

Di sicuro le biblioteche non sono già più quelle di una volta: scaffali aperti, conferenze, gruppi di lettura e mille attività che si svolgono al loro interno le hanno rese meno austere. Ma ciò non toglie che anche le biblioteche siano impantanate nella crisi economica e culturale che ci investe tutti. E non basta dire: “Ci vorrebbero più finanziamenti pubblici”. Non basta perché semplicemente non ci sono e, quindi, tocca inventarsi altri percorsi se non si vuole stare ad aspettare Godot.

Senza soldi ma con il Nanowrimo
Mi sono accorto che qualcosa stava cambiando sabato 5 dicembre in un pomeriggio di tardo autunno alla Biblioteca Borges di Bologna. Fuori c’era la nebbia ma dentro c’era il fuoco, a malapena tenuto a bada da bibliotecarie appassionate, ma un po’ sconcertate nel vedere il loro spazio occupato da gente strana: una nuova genia di scrittori, gente che non solo sa scrivere, ma che sa “come” fare il proprio libro.

Era la festa di conclusione del Nanowrimo una manifestazione che da quasi vent’anni, in tutto il mondo, coinvolge migliaia di scrittori che si impegnano ad aprire quel cassetto in cui serbano il proprio libro. Quanti di noi hanno detto: “Dovrei proprio scrivere un libro!” Quanti di noi l’hanno fatto? Pochissimi.

Nonostante ci sia chi lamenta (c’è sempre qualcuno che si lamenta) che in circolazione ci sono già troppi libri e troppi scrittori, in pochissimi danno seguito al proprio desiderio di scrivere trasformandolo in azione e quindi in un libro vero e proprio. Lo hanno fatto, invece, i partecipanti italiani del Nanowrimo 2015 e alla Biblioteca Borges per tutto un pomeriggio, fra the e biscotti, si è discusso di come sia stato possibile riuscirci zigzagando tra lavoro, studio, famiglia, figli, mogli, mariti, amanti, malattie ecc. ecc. È stato un incontro fra entusiasti della scrittura che si sono incontrati per raccontarsi “come” hanno fatto a strappare una o due ore al giorno alla routine quotidiana per un intero mese. Tra loro c’erano lo scrittore autopubblicato con decine di volumi già scritti, il super tecnico dell’editoria, ma anche la giovane ragazza che per la prima volta leggeva qualcosa di sé in pubblico in preda a un’emozione sincera.

Gli scrittori eredi del movimento del software libero
Non sono solo “scrittori” quelli del Nanowrimo, sono detentori di know how: c’erano tecnici, ingegneri, imprenditori con la passione dell’organizzazione e della tecnologia ma, sopratutto, l’amore per il “fare bene” le cose. Si sono sentiti nomi astrusi: Latex, Scrivener, bi-neural, Ilys ecc. Uno solo non è mai stato pronunciato in tutto il pomeriggio: “Word”. Un elaboratore di testi che per costoro è obsoleto e inutile se si vuole scrivere in modo efficiente. Questa generazione di scrittori è parente stretta, molto stretta, con i programmatori che una trentina di anni fa hanno rivoluzionato il mondo del software producendo quello che tutti, ma proprio tutti, ritenevano impossibile: produrre software affidabile e di qualità fuori dai canoni commerciali tradizionali. Com’è finita?

È finita che oggi, per esempio, la stragrande parte del software che ci permette di accedere a internet e di visualizzare le pagine web – incluso questa che stai leggendo ora – avviene grazie al software libero e che, anzi, questo software è stato incorporato nei più importanti progetti proprio di quelle aziende che all’inizio hanno fatto di tutto per ostacolarlo.

Sembra di assistere a una storia già vista: scrittori che dispongono di tutti i mezzi di produzione per fare ciò che a loro serve e li usano. Come in un laboratorio di marxismo applicato (oddio mi è scappato!). Quel che Karl Marx ha potuto solo intuire a metà del XIX secolo, si concretizza ora nel software e nel mondo dei libri: quando scriveva nei Grundrisse che alla fine del capitalismo l’umanità si sarebbe riappropriata dei suoi mezzi di produzione non poteva sapere di software, di ebook e di Scrivener, no proprio non poteva. Eppure l’ha fatto. È riuscito a immaginare il mondo che sarebbe arrivato.

Non serve talento ma strumenti, organizzazione e metodi
Tutti hanno concordato che non serve il talento per arrivare a tirar fuori dal cassetto il proprio romanzo. No, quel che serve, invece, è organizzazione, strumenti ed efficienza. Io e le bibliotecarie ormai svenivamo: ma davvero era un incontro fra scrittori quello? Se non fosse per i biscotti home made della Raffi, una guru presente all’incontro, avrei pensato di aver sbagliato edificio. E invece no. Gli scrittori ragionavano proprio sul “come” si scrive oltre al “cosa” si scrive.

“Ah, ecco la falla!” Si sentono già le obiezioni dei cultori della cultura classica… “ questi sono malati di scrittura e hanno la dipendenza da qualcosa che non c’entra niente con la letteratura, sono solo un manipolo di presuntuosi che attenta al nostro giocattolo privato: la cultura!” Esatto!

Gli ultras della cultura
Un manipolo di facinorosi della cultura che, con la loro competenza editoriale, invece di occupare gli stadi, oppure scagliare bombe, ha deciso di invadere il mondo con le loro storie, con storie diverse, da quelle del terrore standardizzato che ci propinano ogni giorno i mass media. Cosa succederebbe se diventasse un fenomeno pervasivo? Cosa accadrebbe se questa generazione di scrittori trovasse il proprio spazio ideale proprio in biblioteca? E se questo avvenisse non nella Silicon Valley ma, finalmente, in Europa, magari a partire dalle biblioteche di quartiere di un continente che si merita ben di più di quel che gli sta capitando di questi tempi.

Gli scrittori come i programmatori di software 

Le biblioteche dispongono di spazi e di personale che costituiscono le piazze reali della cultura in antitesi a quelle virtuali, spesso troppo eteree. Con la digitalizzazione dei libri quel che accade è che per produrre un libro servono conoscenze, tecnologie, ma non impianti e le biblioteche possono offrire il contesto adeguato per far fiorire lo stesso fenomeno che ha permesso la nascita del software libero 40 anni fa. Oggi per costruire il progetto di un libro non servono altro che persone competenti che cooperino con l’autore per arrivare al libro finito. E la biblioteca può essere lo spazio ideale per favorire questi incontri.

La biblioteca, inoltre, è un’istituzione pubblica con lo scopo di favorire l’accesso alla conoscenza. Ora a questo scopo può affiancarsi quello di agevolare la “produzione” della cultura, in particolare quella che passa dalla progettazione e realizzazione dei libri. In biblioteca viene meno il vincolo del profitto e questo apre spazi nuovi, spazi di creatività e libertà. Nuove frontiere che non sappiamo ancora dove ci porteranno, di sicuro lontano dalle nebbie che oggi ci offuscano la vista. E la vita.

Si può fare?
Sì, basta volerlo.
Come?
Per saperlo fate una telefonata alla biblioteca Borges e chiedetegli come si fa. Sono gentili.
Vi risponderanno.