Gli infermieri italiani guardano all’estero e in particolare al Regno Unito. Perché lì le condizioni di lavoro sono migliori e le possibilità di carriera reali. Un esodo che trova riscontro nei numeri, visto che sono oltre 2.500 gli infermieri del nostro paese che negli ultimi tre anni hanno deciso di trasferirsi in Inghilterra, con un incremento del 70%. Senza contare quelli che hanno scelto Germania, Olanda, e Belgio, ma anche Nuova Zelanda e Stati Uniti. Cosa si nasconde dietro a questi numeri? Una necessità. Fino al 2010 chi partiva lo faceva per piacere. Era la generazione Erasmus, quella affascinata dall’idea di fare un’esperienza lavorativa all’estero. Oggi partire è diventato un obbligo. Vediamo perché.

Concorsi pubblici, 15mila persone per due posti – Le cronache degli ultimi anni parlano chiaro. Per ogni bando da uno o due posti vengono presentate migliaia di domande, con evidenti difficoltà per la gestione del concorso. “Spesso è necessario fare una preselezione“, spiega a ilfattoquotidiano.it Francesca Gallone, infermiera che gestisce la pagina Facebook “Concorsi infermieri? No problem”, in cui aiuta i colleghi più giovani a compilare le domande di concorso. Chi riesce a superare questa fase può partecipare alla selezione vera e propria, ma “a volte i concorsi vengono revocati a causa delle troppe domande, che implicano costi di gestione molto alti”, aggiunge.

Se le aziende ospedaliere riescono invece a organizzarsi, gli infermieri sono chiamati a sostenere tre prove. “Si comincia con le domande a risposta multipla o aperta, si passa poi alla prova pratica e, infine, all’orale”. Chi riesce a superare tutte le fasi entra finalmente in graduatoria: “I bandi di solito sono per due o tre posti al massimo, poi via via che c’è necessità si attinge dalla classifica“, spiega. Ma dopo tre anni la graduatoria decade: “E chi non ha ancora ottenuto lavoro deve ricominciare da zero”, sottolinea.

“In Italia la nostra professione è bistrattata da tutti” – A parlare è Claudio Torbinio, infermiere di 50 anni e direttore della testata The Daily Nurse. “Siamo un blog di informazione sanitaria a 360 gradi – racconta -, e in questi anni di lavoro ci siamo resi conto che in Italia c’è una spasmodica ricerca di lavoro“. Ma gli infermieri, neolaureati e non, non lamentano solo la mancanza di occupazione: “In Italia esistono solo i medici – sottolinea Torbinio -, poi se gli altri sono uscieri, portantini o infermieri non importa”. E se le generazioni precedenti sopportavano in silenzio, “i laureati di oggi non sono più disposti ad accettare questa condizione”.

Una spinta ulteriore ad andare via, anche se non si è più giovanissimi: “All’estero c’è un maggiore riconoscimento dal punto di vista del prestigio e c’è la possibilità di arrivare a ricoprire ruoli di management grazie ai propri studi e non per le spinte politiche”, ammette. L’Inghilterra resta la meta più ambita: “Lì si guarda alla customer satisfaction e non agli interessi privati, inoltre gli infermieri possono lavorare nel privato anche se regolarmente assunti da un ospedale pubblico”, spiega Torbinio. Una prospettiva a cui è difficile dire di no: “I neolaureati non possono lasciarsi sfuggire un’occasione come questa – sottolinea -, ma in questo modo stiamo trasformando l’Italia in un paese in cui venire a passare le vacanze”. “Rinunciando ai giovani, poi, perdiamo coloro che si prenderanno cura di noi in futuro“, conclude.

“Nelle strutture private infermieri pagati 6 euro l’ora”Concorsi pubblici a singhiozzo e nessuna possibilità di crescita. Il luogo comune secondo cui i laureati in Scienze infermieristiche trovano lavoro subito è ormai superato. Ma anche una volta ottenuto un posto, i salari restano bassi e bloccati: “Molti infermieri investono energie e risorse economiche per master e corsi di aggiornamento, ma poi difficilmente i titoli acquisiti sono spendibili a livello lavorativo”, racconta Pietro Caputo, uno dei fondatori della testata Nurse24.

“Io dopo una laurea, un master e dieci anni di lavoro alle spalle sono diventato coordinatore del reparto – spiega -, ma in busta paga prendo appena 100 euro in più di un operatore socio-sanitario, mentre in Inghilterra guadagnerei il doppio”. E nel privato le cose non vanno meglio: “Di solito queste strutture chiamano infermieri alle prime armi per gestire 40 o 50 persone a notte”, spiega Caputo. E senza alcuna tutela: “Non esistono assunzioni a tempo indeterminato, tutto avviene tramite cooperative o con partita Iva“. Un rischio che vale pochissimo: “Parliamo di sei euro lordi l’ora quando va bene – sottolinea -, ma a volte le cooperative ritardano i pagamenti per mesi”.