“Gonfialo, ammazzalo”. La notte del 18 settembre 2014 Massimiliano B., barista di Tor Pignattara, urlò queste parole al figlio 17enne, istigandolo a uccidere il 28enne pakistano Khan Muhammad Shahzad. Accogliendo la richiesta del pm, la terza Corte d’Assise lo ha condannato a 21 anni di carcere per concorso in omicidio volontario. Una tragedia provocata, secondo i giudici, da chi avrebbe potuto e dovuto placare l’ira del ragazzo. Il pakistano morì sul marciapiede, ucciso a suon di calci e pugni. Ebbe una lezione. La sua colpa? Aver recitato a voce alta alcune Sure del Corano lungo via Ludovico Pavoni, sotto le finestre di casa del barista, tra i quartieri della Marranella e Tor Pignattara. La settimana scorsa la richiesta della pena esemplare da parte del pm, proprio nei giorni in cui il tribunale minorile aveva invece scarcerato il figlio dell’uomo, Daniel, assistito dall’avvocato Giosuè Bruno Naso. Secondo quanto stabilito dai giudici a giugno, il ragazzo avrebbe dovuto scontare 8 anni di carcere, ma poi la condanna è stata rimodulata: due anni di messa alla prova in una comunità di recupero e, alla fine dei 24 mesi, la pena potrebbe persino estinguersi.

L’AGGRESSIONE A TOR PIGNATTARA
Numerosi testimoni hanno raccontato agli inquirenti che quella sera Khan Shahzad stava ripetendo ad alta voce alcune Sure del Corano per un lutto in famiglia. Con incenso e libretto in mano, passò più volte sotto casa del barista che si affacciò e, dal terzo piano, gli lanciò una bottiglia d’acqua, sfiorandolo. Poi la raffica di insulti. Il figlio arrivò in sella alla sua bici, insieme a un amico. E il padre gli urlò: “Gonfialo, ammazzalo”. Il diciassettenne si avventò su Shahzad, 28enne dal fisico gracile. Secondo i testimoni lo colpì con un pugno che lo fece cadere. Una volta a terra lo prese a calci sulla testa. L’amico non partecipò al pestaggio. Nulla potettero fare per impedire la tragedia i vicini affacciati alle finestre e una coppia che cercò di fermare il ragazzo, pregandolo di smetterla. Hanno raccontato che Massimiliano B. li insultò dalla finestra: “Siete spie, comunisti di merda, tornatevene ai Parioli”. Il 28enne morì sul marciapiede, lasciando una moglie e un figlio di tre mesi che non ha mai visto. Vivono nel Kashmir pakistano.

LA RICHIESTA DEL PM
“Incitandolo a colpire, è come se l’imputato avesse armato il figlio ancora minorenne”, ha detto il pm Mario Palazzi nel corso della requisitoria. Secondo la pubblica accusa, il barista tentò anche di inquinare le prove, assicurandosi che il figlio si cambiasse la maglietta e sostituisse le scarpe da ginnastica con le infradito. Dall’altro lato, la difesa di Daniel ha sempre puntato sul fatto che il ragazzo non era mai stato razzista, perché cresciuto in mezzo a tanti amici figli di stranieri, con colore della pelle diverso dal suo. Daniel ha dichiarato di aver sferrato un solo pugno, ma i testimoni oculari hanno raccontato un’altra verità in sede di incidente probatorio. I genitori della vittima, la moglie e il figlio, parti civili nel processo, sono assistiti dagli avvocati Arturo Salerni e Mario Antonio Angelelli di Progetto Diritti Onlus.

LA VITTIMA E LA SOLIDARIETÀ
Da subito il quartiere si spaccò. Sono passati 14 mesi e sono state organizzate diverse iniziative di solidarietà. Khan Muhammad Shahzad era arrivato in Italia a 21 anni e aveva iniziato a lavorare subito come collaboratore domestico e come cuoco nel ristorante pakistano di suo zio, in zona Prati. Nel frattempo le cose si erano messe male, lo zio si era trasferito a Londra e lui era rimasto senza lavoro. Vendeva fiori e accendini e il Comune di Roma lo aveva sistemato in un centro di accoglienza. In quel periodo difficile, il 28enne si era aggrappato alla sua religiosità. Ecco perché la notte del 18 settembre era in quella zona e cantava le Sure del Corano, vestito in abiti religiosi. La difesa ha sostenuto che fosse ubriaco, ma non ci sono mai stati riscontri. Furono gli operatori del centro di accoglienza, durante il processo a carico del 17enne, a raccontare che non l’avevano mai visto bere. A descrivere un ragazzo che non era solito molestare nessuno. Che poteva, al massimo, essere sembrato strano con quegli abiti, mentre girava per le strade cantando con voce alta.

PALO DELLA MORTE
Proprio in questi giorni è uscito in libreria ‘Al palo della morte’, il libro di Giuliano Santoro, Edizioni Alegre, che racconta di quella notte, di quella storia. È un tentativo di ricostruire il contesto della morte di Shahzad. ‘Il Palo della morte’ ricostruisce la sua vita difficile e descrive Tor Pignattara “un quartiere romano di confine, frontiera non soltanto urbanistica e sociale, ma anche culturale e immaginaria”. La periferia multietnica dove c’è una comunità pakistana molto attiva, più volte descritta nel corso dei due procedimenti penali a carico di padre e figlio. È Il quartiere dove un ragazzo di 28 anni ha perso la vita, ma dove sono stati in molti a lottare per non fargli perdere anche la dignità.