La laurea? Nel nostro Paese serve per appendere alla parete il fatidico pezzo di carta. Ma non sembra essere utile per trovare un lavoro. L’Italia ha il più basso tasso di occupazione di giovani laureati tra i Paesi dell’Ocse: nel 2014 solo il 62% di coloro tra i 25 e i 34 anni che avevano concluso il percorso universitario era occupato.

Una percentuale paragonabile solo alla Grecia. A denunciare il dato è il rapporto Ocse Education a glance che costituisce un momento importante per fare il punto sui sistemi d’istruzione dei 34 Paesi membri dell’Ocse. Il dossier, presentato stamattina al Miur alla presenza del sottosegretario Gabriele Toccafondi e di Francesco Avvisati, Senior Analyst Ocse, ha rimesso al centro alcuni limiti del sistema d’istruzione italiano a partire dalla difficoltà per i laureati di trovare lavoro.

L’Italia e la Repubblica Ceca sono i soli Paesi dell’Ocse dove il tasso di occupazione tra i 25 e i 34 anni è il più basso tra i laureati rispetto a chi ha preso un diploma di scuola superiore. Non c’è verso di cambiare rotta: la mobilità sociale non è ancora entrata a far parte dell’evoluzione della società italiana. L’Ocse rintraccia anche alcune cause di questa situazione che impedisce un cambiamento reale. Il tasso di occupazione è particolarmente basso per i ragazzi che hanno genitori non laureati e che hanno meno probabilità di accedere ad una rete di relazioni sociali. Tra i diversi fattori che impediscono ai laureati di trovare un lavoro c’è sicuramente la scarsa domanda di lavoratori con qualifiche universitarie da parte dei datori di lavoro e la crisi economica. Ma secondo l’Ocse “una delle principali cause” della disoccupazione “è dovuta al fatto che spesso i titoli di studio non coincidono con l’acquisizione di competenze solide, sollevando interrogativi circa la qualità dell’apprendimento nelle istituzioni dell’istruzione terziaria”. L’organizzazione internazionale punta il dito sull’ignoranza dei nostri ragazzi: “Molti laureati hanno difficoltà nell’integrare, interpretare o sintetizzare le informazioni contenute in testi complessi o lunghi, nonché nel valutare la fondatezza di affermazioni o argomentazioni”.

Non è forse un caso se l’Italia non attrae per nulla studenti ma li fa fuggire: nel 2013, circa 46mila giovani italiani risultavano iscritti in strutture d’istruzione terziaria in un altro Paese dell’Ocse, mentre 3.000 altri studenti hanno scelto di studiare in un Paese non membro dell’Ocse. Regno Unito, Austria e Francia sono le destinazioni preferite da questi ragazzi. Il numero di studenti italiani che studia all’estero è in costante crescita. Nel 2007 circa sei mila italiani erano nel Regno Unito e al 2013, la cifra è aumentata fino a ottomila. Allo stesso tempo, le università italiane attirano pochi studenti stranieri. Nel 2013, meno di 16mila studenti stranieri degli altri Paesi dell’Ocse risultavano iscritti nelle nostre istituzioni dell’istruzione terziaria (il gruppo più rilevante di essi proviene dalla Grecia) rispetto a circa 46.000 studenti in Francia e 68.000 in Germania.

Numeri cui il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che non era alla presentazione del rapporto ma ha inviato un messaggio, ha risposto sottolineando gli interventi fatti con la legge 107: “Il cambiamento sta passando anche per l’istruzione terziaria, con l’inversione del trend d’investimento sull’università; con gli incentivi all’internazionalizzazione; con il rafforzamento degli Istituti tecnici superiori, su cui il rapporto fornisce statistiche incoraggianti, e con le prime misure, contenute nella legge di stabilità che sarà approvata a fine anno, per rafforzare la qualità del sistema universitario e favorire l’accesso di nuovi docenti eccellenti e nuovi ricercatori”.

Tra i successi italiani va registrato il fatto che finalmente il divario di genere nel tasso dei laureati è stato colmato e le donne che si iscrivono ai corsi di discipline scientifiche sono più numerose rispetto agli uomini così come i tassi di iscrizione alla scuola dell’infanzia sono superiori rispetto alla media Ocse.

Infine una curiosità: nel sistema d’istruzione italiano i maschi restano una “specie rara”. Alla preprimaria sono solo il 2%; alle elementari il 4%; alla secondaria di primo grado il personale docente di genere femminile raggiunge il 78% e alle superiori il 67%. Il dato si inverte solo nell’istruzione terziaria dove le donne presenti sono solo il 37%.