Qualche sera fa a Napoli, in via Toledo. Sono quasi le otto. Fa caldo. Nella strada c’è tanta gente. Sono uscito da poco dal cinema in cui ho visto Suburra. Prima del film di Stefano Sollima ho visto anche Io e lei di Maria Sole Tognazzi: una doppietta di film che per fortuna stanno andando ciascuno a suo modo molto bene nel loro impatto con il pubblico, una doppietta come quelle che facevo spesso quando per me il cinema era ancora un sogno e non ancora un lavoro, tanto piacevole ma pur sempre un lavoro, che limita il proprio tempo, soprattutto quello pomeridiano. Non voglio parlare dei film che ho appena visto, anche se mi trascino dentro un disagio che nasce da loro. Li ho sentiti troppo lontani da me, nella loro assoluta diversità: rassicurante troppo borghese e un po’ banale uno, asfissiante addirittura troppo spettacolare e un po’ superficiale l’altro.

Mi tengo il mio disagio e mi butto nella mischia. E’ una serata in cui ti viene da respirare forte e andare, senza una meta precisa. Guardo la folla, percepisco pezzi di discorsi rubati, scopro angoli nuovi di una via che ho percorso centinaia di volte, immagino le storie che gli occhi che incrocio si portano dietro. In uno slargo della via ci sono tre musicisti: due chitarre elettriche e una strana batteria, composta di un piatto spezzato e tre tamburi di latta e di plastica. Mi fermo. Sono veramente bravi. La gente è troppo distratta per fermarsi. Qualcuno lascia in un vassoio buttato a terra davanti ai musicisti qualche moneta. La musica cresce di ritmo, coinvolge, mi costringe a rimanere qui. Davanti a me, a pochi metri dal batterista c’è una ragazza appoggiata ad un passeggino su cui siede un bambino che avrà poco più di un anno. La ragazza non stacca gli occhi di dosso dal batterista. Il batterista guarda con insistenza la ragazza negli occhi. Qualche persona non ce l’ha fatta ad andare avanti e si è fermata ad ascoltare la musica. Ora siamo un gruppetto di persone ad un concerto. Qualcuno lancia anche un applauso ogni tanto. Il batterista continua a guardare la ragazza. La ragazza continua a sorridere al batterista. Stanno per finire. Siamo agli assolo: la prima chitarra, la seconda chitarra, la batteria, applauso finale. Tutti a casa. Il batterista ora si avvicina alla ragazza. Le accarezza il viso. Poi tende le braccia al bambino che si fa prendere in braccio. Lo bacia. Quel bambino è suo figlio. La ragazza è la mamma del bambino. Li vedo allontanarsi mano nella mano, lei spinge la carrozzina vuota, lui tiene il figlio appoggiato alla spalla. Li accompagno con lo sguardo. Fino a perderli nella folla. Il disagio è improvvisamente passato. Riprendo a camminare.