Chissà se i miei lettori malpensanti, che si scandalizzano e si stracciano le vesti per il fatto che un paio di manager dell’Air France sono stati strattonati da centinaia di lavoratori infuriati perché li stanno mettendo sul lastrico, esprimeranno altrettanta indignazione per l’infame strage di Ankara, nella quale sono morte 97 persone, tra le quali molti bambini. Era in corso una grande manifestazione pacifica: stavano scendendo in piazza, nella capitale turca, decine di migliaia di lavoratori e cittadini, contro la possibilità di una guerra civile che trasformasse anche la Turchia in una nuova Siria o in una nuova Libia.

Si tratta della terza strage in pochi mesi, in Turchia. Sono stato testimone oculare della prima, durante il comizio finale dell’Hdp nella capitale curda di Diyarbakir. La seconda, il mese successivo, si è avuta a Suruc, al confine con la Siria, e ha massacrato una delegazione di giovani socialisti turchi che si recavano a portare soccorsi e aiuti a Kobane. Ed eccoci alla terza. Un crescendo di morte e devastazione.

Evidenti anche ai ciechi sono le responsabilità del regime di Erdogan, a prescindere di chi possano essere stati gli esecutori materiali dell’attentato. Anche se si trattasse di membri dell’Isis, come quello al quale è stata addebitata dalla polizia turca la prima delle tre stragi evocate, è infatti noto come costoro si possano muovere come meglio gli aggrada in Turchia, ricevendo costantemente appoggio da parte dello Stato turco, che ne è complice oramai smascherato agli occhi del mondo.

In difficoltà sul piano interno, per aver perso, proprio grazie all’Hdp le elezioni di giugno, e su quello internazionale, specie dopo l’intervento militare russo nella crisi siriana, Erdogan vede fallire il suo disegno egemonico, imperniato sull’alleanza con gli Stati Uniti e la Nato da un lato, e
le peggiori forze fondamentaliste medio-orientali dall’altro. Il ricorso alle bombe e alle stragi costituisce del resto una caratteristica ricorrente dei regimi in crisi. Ne sappiamo qualcosa anche in Italia, se ricordiamo le stragi di Stato che hanno costellato gli anni Settanta, da piazza Fontana a Brescia all’Italicus, a Bologna, ecc.

La strategia della tensione, inizialmente di conio Nato e Cia, apertamente teorizzata in alcuni convegni, come quello dell’Hotel Parco dei Principi del 3,4 e 5 maggio 1965, viene oggi rilanciata dal regime dell’Akp, in un contesto segnato da sanguinosi conflitti, alcuni dei quali, come quello curdo, interessano direttamente e da molti anni la Turchia. Quello che si vuole impedire è la fioritura di una nuova primavera democratica che sappia sconfiggere a un tempo il fondamentalismo dei tagliagole dell’Isis, Al Qaeda e simili e i costanti appetiti delle potenze occidentali per le risorse, specie petrolifere, della regione. Primavera che ha avuto un primo inizio nella Rojava, dove Kobane ha resistito e al fine sconfitto i tagliagole. Una sconfitta che né il Califfo, né i suoi alleati, in primo luogo Erdogan, hanno mai digerito. Primavera che dovrà portare a un profondo rinnovamento di tutti gli Stati della regione, a cominciare dalla Siria, esprimendo una nuova istituzionalità basata sul principio del confederalismo democratico enunciato dal leader curdo Abdullah Ocalan.

E’ inammissibile l’appoggio e la connivenza che Unione europea e Nato continuano a manifestare nei confronti di un regime repressivo e stragista come quello di Erdogan, che si è trasformato negli ultimi anni in un porto franco per i terroristi dell’Isis e delle altre formazioni attive in Medio Oriente. Per battere l’Isis, anche Erdogan, che ne è il principale complice deve essere al più presto essere allontanato dal potere.

Ci auguriamo che tale allontanamento possa essere effettuato per via pacifica, elettorale e democratica nelle prossime elezioni politiche del 1° novembre. Ma la protervia manifestata in questi ultimi mesi da Erdogan, con il ricorso alla strategia della tensione, la repressione indiscriminata, i crimini di guerra e contro l’umanità come quello compiuto a Cizre, non lascia ben sperare al riguardo. Deve essere tuttavia chiaro che si combatte oggi in Turchia una battaglia che riguarda la pace e la democrazia in tutta l’area mediterranea.

Anche per questo i giuristi democratici, che chiedono l’immediata apertura di un’inchiesta internazionale sulle stragi, saranno presenti con una nutrita delegazione di osservatori internazionali alle prossime elezioni turche per garantire il rispetto della legalità e della volontà liberamente espressa dai popoli della Turchia.