ivan graziani
Illustrazioni di Francesco Colafella

Oggi, 6 ottobre 2015, Ivan Graziani avrebbe compiuto settant’anni. Se qui ne abbiamo esaltato l’unicità – sua principale caratteristica –, nello scritto che segue parleremo del periodo che va dal 1976 al 1979, in cui si è letteralmente inventato il proprio linguaggio espressivo.

Dopo i primi tre dischi, “Desperation”, “La città che io vorrei” e “Tatotomaso’g guirars” (biennio 1973/’74), “Ballata per quattro stagioni” del 1976 è il primo album che ha un’importante casa di produzione alle spalle. Ivan ci mette dentro canzoni (anche molto belle) di vario tipo, alcune ripescate dai dischi precedenti. In tutta sincerità, questo dà l’impressione che voglia dimostrare di saper fare tutto, con forte rischio di scadere nel manierismo: nel disco si sente più che altrove l’ombra della canzone d’autore classica, un certo d’annunzianesimo e uno stile forzatamente aulico, e spesso la musica segue semplicemente le parole, accompagnando il dettato poetico.

Poi, però, succede qualcosa. Nel 1977 è la volta de “I lupi” e lo stile da qui in poi diventa unico, perché le parole vengono fuori dalle dita della mano destra sulle corde, nei riff. È così che Ivan riesce a “spalmare” lo strumento nelle canzoni, a far diventare parole le note, non con una semplice successione di accordi pennati su cui cantare. Dirà Antonello Venditti, col quale Ivan collabora assiduamente in quel periodo: «Riusciva a cantare sulla chitarra elettrica come nessuno in Italia sapeva fare» (A. Venditti in L. Arabia, Ivan Graziani. Viaggi e intemperie, Minerva, Bologna, 2011, p. 154). Venditti sarà determinante per “I lupi”. Scriverà più avanti Luigi Granetto: «“I lupi” risente di quest’amicizia; il disco infatti fu prodotto da Venditti, il quale aiutò Ivan a ritrovare la sua personalità più autentica non appianando lacerazioni e contraddizioni, rabbia e incongruenze per un ecologismo dell’anima buono per la grande coppia Mogol-Battisti, ma impensabile per un rockman scatenato e sanguigno come lui. “I lupi” è un album fatto di rabbia, registrato in una settimana e mezzo, però con grande allegria e grande menefreghismo.» (L. Granetto in L. Arabia, p.152)

In brani come Motocross, Il topo nel formaggio, o I lupi la struttura portante della musica, come per esempio i riff musicali, sono “parolati”, diventano testo. La musica d’apertura dei pezzi non è mai introduzione che abbellisce la parola e rende gradevole all’orecchio una storia cantata. No: la musica si fa parola, il groove del rock si fa testo. Questo caratterizza le canzoni di Ivan Graziani da “I lupi” in poi. Così in Taglia la testa al gallo c’è un repentino movimento di pennata, come un taglio netto che recide, che sa di gitano, e dentro cui ci sono le prime serenate alle spose zingare, le origini di Alghero e il calore sardo di una terra mai redenta. Così ne Il chitarrista (1983) c’è un riff completamente ed esplicitamente parolato. Così in Kryptonite (1991) le inquietanti cinque note che accompagnano i pensieri di Lello fino al volo suicida, sono ‘parolate’, come una minaccia, puntualmente all’inizio della strofa e all’attacco del ritornello, dove sono anche sorrette ed enfatizzate dalla batteria e dalle durezza delle occlusive sorde delle parole: «Siete tutti kryptonite! Tutta quanta kryptonite!».

Per la prima volta, questo succede in un solo artista: i contenuti e la poetica di un solo autore vengono espressi in una forma che miscela rock e canzone d’autore. Nasce il rock d’autore, perché Ivan Graziani unisce due anime. Nei ricordi di artisti amici che lo conoscevano bene, c’è un concetto che ricorre più di altri nelle varie descrizioni del Graziani musicista: di solito i chitarristi o sono “ritmici” o virtuosi; o accompagnano ritmicamente il brano o si occupano dell’assolo, o del riff. Ivan Graziani aveva una particolarità: faceva entrambe le fasi egregiamente. E a dirlo sono autorevoli chitarristi, su tutti Alberto Radius.

Non che non fossero mai stati realizzati brani di quel tipo, ma in Italia era stato fatto sempre in gruppo, con un lavoro di squadra e come risultato degli incontri artistici prolifici negli anni Sessanta e Settanta. Lo stile rock, quel modo preciso e “poetico” di scrivere testi e quel virtuosismo musicale filologicamente d’autore, non si erano mai visti in un solo cantautore. La miccia del rock si accende con “I lupi”, e la bomba deflagra dall’album successivo del 1978, “Pigro”, in poi. Il punto cruciale risiede in quella manciata d’anni, dal 1976 al 1979.

Leggiamo cosa dice di “Pigro”, nel 1978, Nicola Sisto, il quale – assieme a Luigi Granetto – è quello che ha scritto meglio su Ivan: «Per Ivan, progressivamente, da “Ballata per quattro stagioni” a “Pigro” sono cadute tutte quelle barriere frapposte tra il suo mondo, un tempo fatto di delicate sfumature, e il maleodorante tangibile. […] Qualcuno ha detto che “Pigro” chiude una trilogia idealmente iniziata con “Ballata per quattro stagioni”: non sono d’accordo, secondo me questo album inizia, ed ora sposto il discorso sul lato prettamente estetico-musicale, a fare seriamente il punto sul connubio che raramente si verifica in autori che siano anche musicisti di prim’ordine e cioè quello testo-musica, il saper fondere le due cose in un tutt’uno che non dia adito a priorità» (N. Sisto in L. Arabia, p. 166). “Pigro” è il disco in cui Ivan realizza appieno una svolta storica nella musica italiana. Ancora Sisto: «Nel 1976, in un’intervista fatta in occasione dell’uscita di “Ballata per quattro stagioni”, Ivan disse: “Se con questo album riuscissi a far capire il rapporto diretto cantautore-musicista, la necessità di non separare queste due situazioni musicali, avrei ottenuto abbastanza”. Caro Ivan, allora non ci riuscisti, oggi non abbiamo dubbi» (Ibidem).

Ivan era riuscito nell’impresa di unire lo spirito rock con la canzone d’autore: la musica, il divertimento, il ritmo tribale e innato dello sconvolgimento del rock, con la necessità di comunicare qualcosa di importante nei testi della rivoluzione alla canzone che – almeno in Italia – i cantautori avevano apportato.

Al di là di tutto, però, una cosa è certa: Ivan è andato via troppo presto. Non ha fatto a tempo a sfruttare minimamente tutti i vantaggi che internet e l’informatica hanno portato nella canzone. Dopo la morte di Ivan Graziani avvenuta nel 1997, la discografia, a causa dell’informatica e internet, è andata così tanto in crisi da far sì che la forma della canzone si liberalizzasse, perché i discografici non dettavano più il gusto, non riuscendo più a porsi tra l’artista e il pubblico: con l’informatizzazione “democratica” dei mezzi di produzione e la “liberalizzazione” della diffusione tramite internet, artisti che si esprimono con un linguaggio “immediato” (non mediato) completamente proprio, sganciato dalle logiche del mercato, sono tornati a “esistere”, aggiudicandosi spesso – a volte in maniera plebiscitaria – i più importanti riconoscimenti di critica che ci sono in Italia per la canzone di qualità.

Ivan sarebbe probabilmente diventato imprenditore della sua creatività, e chissà quante diavolerie avrebbe tirato fuori, dovendo rendere conto esclusivamente a se stesso della propria musica.

Noi intanto, stasera, a Teramo, andremo a festeggiare i suoi settant’anni.