nobavaglio

La grande truffa ai danni dei cittadini è tutta riassunta in tre frasi che, a prima vista, è impossibile non condividere. Dice David Ermini, responsabile giustizia del Pd: “I diritti delle persone vanno tutelati”. E ancora: “Captare parole fuori contesto ricorda il ventennio, le vite degli altri, il regime del terrore. Per noi ci vuole libertà di stampa e libertà di vivere”. Chi non può essere d’accordo? La privacy è importante. Vedere il proprio nome finire sui giornali o sul web per vicende che non hanno rilevanza penale, infastidisce. Anzi preoccupa. E quindi pensare che nei prossimi mesi il governo scriverà una legge che di fatto darà ai giudici il potere di stabilire cosa pubblicare e cosa censurare preventivamente, per molti è un fatto positivo.

Le affermazioni di Ermini, esattamente come lo erano quelle di Silvio Berlusconi, sono un però un raggiro. E a dirlo non sono gruppi organizzati di pericolosi manettari giustizialisti, ma i numeri. Negli ultimi 20 anni, come ha dimostrato un’inchiesta de ilfattoquotidiano.it, solo in 12 casi sono stati pubblicati articoli contenenti intercettazioni telefoniche non rilevanti per l’opinione pubblica che violavano il sacrosanto diritto alla riservatezza degli italiani. Per rendersene conto basta incrociare il database del garante della privacy con gli archivi elettronici dei giornali. Si scopre così che gli episodi di cui spesso si parla sono sempre gli stessi, a partire dai colloqui di Bettino Craxi con un paio di giornaliste Rai, per arrivare agli sms di Anna Falchi o alle scollacciate abitudini di un frate poi assolto in terzo grado di giudizio.

Ovviamente, la ricerca dei nostri cronisti potrebbe essere stata imprecisa. Ma anche a voler ammettere che i casi di pubblicazione di conversazione non rilevanti per l’opinione pubblica o per le indagini, in cui si fa riferimento a vicende o abitudini private di indagati o di altre persone, siano il doppio o addirittura il triplo, la sostanza non cambia. Il fenomeno della privacy violata sulla base delle trascrizioni di intercettazioni giudiziarie va considerato statisticamente inesistente. Le telefonate, le email e gli sms registrati ogni anno dagli investigatori sono tanti: 180milioni l’anno secondo una ricerca Eurispes. E ovviamente le circa 60mila persone che, per pochissimi giorni o molti mesi, vengono sottoposte a controlli parlano di tutto: corna, sesso, tradimenti, malattie, eventi imbarazzanti. Ma sui giornali non finisce niente. O quasi. Anche perché scrivere che cosa fa a letto o a casa sua il nostro tabaccaio all’angolo non serve per vendere copie.

Al contrario vengono spesso pubblicate storie che riguardano la classe dirigente. Le conversazioni sul Rolex regalato da un imprenditore al figlio dell’allora ministro Maurizio Lupi, i colloqui dei vertici dei Ds con i furbetti del quartierino impegnati in una scalata bancaria illegale, le considerazioni del numero due della Guardia di Finanza sulla presunta ricattabilità dell’ex presidente Giorgio Napolitano. Tutte trascrizioni non inserite in ordinanze di custodia cautelare (e quindi da domani censurate preventivamente) di cui è difficile negare la rilevanza per la pubblica opinione.

Certo, è doveroso ammettere che quando i quotidiani hanno dato alle stampe articoli sulle baby prostitute di Roma dai quali era possibile ricavare la loro identità, hanno gravemente sbagliato. Ma per questo sono stati o verranno già duramente puniti. E non serve una legge bavaglio per farlo. Le norme ci sono. E, lo dicono sempre i numeri, funzionano.

Quella di Ermini e degli altri è dunque una bugia. Pronunciata per eludere una delle questioni base sollevate in “La democrazia in America” dal grande filosofo e politologo Alexis de Tocqueville: “Per raccogliere i beni inestimabili prodotti dalla libertà di stampa, bisogna sapersi sottomettere ai mali inevitabili che essa fa nascere”. Un concetto chiaro persino a una delle vittime di uno dei 12 casi di invasione della privacy sulla base di intercettazioni irrilevanti penalmente: Ilaria D’Amico. Quando nel 2008 le chiedono se non le avesse dato fastidio leggere una trascrizione in cui il figlio dell’ex manager della Juventus, Alessandro Moggi, racconta di averla (inutilmente) corteggiata portandola a cena a Parigi, lei risponde: “Sì, ma per questo non penserei mai di fare una legge per imbavagliare i giornali”. Non sappiamo se la D’Amico avesse letto Tocqueville. Sappiamo che i nostri politici lo hanno fatto. E hanno capito che, per conservare le poltrone, democrazia e libertà vanno servite in dosi di mese in mese più omeopatiche. Perché per il Potere i cittadini informati sono da sempre cittadini pericolosi.