Ci sono libri che hanno titoli che sembrano fatti apposta per confondere il potenziale lettore.

Ad esempio questo Chico Buarque – Canzoni (Pavia University Press), del musicologo (e valente chitarrista) Stefano La Via.

A stare a quanto dichiara a verbale il titolo, infatti, ci si aspetterebbe una semplice raccolta delle ‘letras’ di uno dei più completi, poliedrici protagonisti della Nuova musica popolare brasiliana. Ma esso è ben altro e molto di più.

Non solo sono qui raccolti testi e le traduzioni di quasi tutte le canzoni di Chico, accompagnati da un ricco Glossario e da una serie di versioni precedenti di Sergio Bardotti, che di Chico fu punto di riferimento essenziale in Italia, ma esso presenta anche la trascrizione di una serie di vaste e interessantissime interviste del curatore con l’artista, realizzate in anni di amicizia e attenzione (una “lunga fedeltà”, verrebbe da dire) e di una lezione ‘buarquiana’ di Bardotti stesso.

Ma non basta ancora. Ad accompagnarlo due Cd: uno dedicato alle schede critiche dei testi, e un altro musicale che contiene l’esecuzione di una serie di canzoni del brasiliano nella loro traduzione italiana, eseguite da Chico stesso e da artisti del calibro di Ligiana Costa, o Andrea Satta dei Têtes de bois. Perché, sembra dirci La Via che tiene le sue lezioni a Cremona spesso in compagnia della sua chitarra, come si fa a scrivere un libro su Chico, senza cantare le sue canzoni?

Per chiunque ami l’opera di Chico, insomma, questo libro è una cornucopia irrinunciabile.

Ma esso è anche di più: è una disamina, sia pure apparentemente sottotraccia, di tutti i problemi, le possibilità, le forme dell’incontro tra parole e musica, che va ad arricchire una ricerca che La Via (esperto conoscitore tanto dei madrigali di Da Rore e Monteverdi, quanto delle canzoni dei Beatles e di De Andrè) porta avanti da tempo, basti qui ricordare l’indispensabile Poesia per musica e musica per poesia – Dai Trovatori a Paolo Conte, o i tanti saggi dedicati alla forma ‘canzone.

Una delle chiavi per penetrare al cuore del problema può essere precisamente la corretta traduzione del termine letrista che come sottolinea La Via è “qualcosa di più prossimo a un ‘poeta per musica’ che non a un semplice ‘paroliere’”. O l’esplicita dichiarazione con la quale precisa che l’intenzione della sua opera “non è affatto quello di incoraggiare una fruizione puramente letteraria dei testi buarquiani”.

Le parole di Chico esprimono tutta la loro potenza espressiva solo in uno con la musica. E di questo, a parere mio, un testo così compiuto anche poeticamente come Costruçao è dimostrazione palese.

Il dibattito sul rapporto tra parole e musica (e tra musica e poesia) vive da noi una vita schizoide e spesso disordinata e superficiale, diviso tra i flame di dibattiti più o meno improvvisati (più o meno incentrati intorno alla domanda demenziale: «un cantautore è un poeta?») e la reciproca (e reciprocamente sussiegosa) indifferenza dell’un polo nei confronti dell’altro.

Poi, per mesi e a volte per anni, tutto tace, non senza aver disseminato tutt’intorno detriti inquinanti in quantità: dalla pletora di orchestrine (folk-rock, o barocche, poco importa) che popolano i palchi di quasi ogni festival peninsulare di poesia, a inframmezzare di coltissimi jingles le performance balbettanti di poeti ben più “cartacei” dei propri libri, fino a ondate migratorie impressionanti di musicisti che trattano i loro versi stenterelli come il Boccaccio trattava gli endecasillabi del Maggior suo.

Scorrere la lunga intervista di La Via a Buarque significa, invece, andare alle radici profonde di questo problema che è a mio giudizio anche l’estrema possibilità della poesia di non ritirarsi dal campo, cedendo definitivamente le armi, come previsto da Mazzoni, a quelle che nel Bel Paese chiamiamo canzonette.

La nettezza con cui il musicista brasiliano, stimolato da La Via, esclude di essere un “poeta”, identica a quella del nostro De Andrè, ci suggerisce che la soluzione non sta nel confondere le due sponde del medesimo fiume, quanto piuttosto nel prendere in considerazione che, se la realtà è la medesima, se medesimo è il flusso (il fiume), ben differenti sono poi i punti di vista artistici ed estetici su di esso (le sponde).

Ciò che serve non è gettarsi nel fiume e nuotare disordinatamente, quanto piuttosto progettare ponti (come sosteneva Fabrizio), che sarebbe precisamente il compito di quella critica poetica (e poetico- musicale) che in Italia, con l’eccezione di La Via e pochissimi altri, penso soprattutto a Paolo Giovannetti e Gabriele Frasca, non c’è.

Tantissimi filologi, ancor più recensori di dischi, ma poco altro. Magari, come pare suggerire tra le righe La Via, la soluzione potrebbe essere ben più semplice, e cioè stabilire “da dove si parta”. Chico che è musicista parte sempre dalla musica, Gil Scott Heron, o Linton Kwesi Johnson, che sono poeti, partono sempre dalle parole. Ciò che tutti loro ci danno è un insieme di parole e musiche (un insieme sonoro, ma anche letterario) apparentemente simile, ma certamente diverso, che può essere altrettanto efficace esteticamente e formalmente (e spesso anche “espressivamente”). Magari non è molto, più che un ponte son solo due corde tese tra una sponda e l’altra. Ma è ben più di niente. Da qui si può partire per costruire quel ponte.

Ed è questa la ragione in più dell’importanza del libro di La Via. Perché, in questo caso, di là dall’innegabile potenza espressiva di Chico, ciò che colpisce è l’acume critico, direi il coraggio di chi questo grande regesto ha ideato e realizzato. Questo libro non parla solo di Chico, s’interroga sulla poesia e sulla musica, sul loro millenario dialogo.  Stefano La Via ha confermato di essere l’unico studioso italiano capace di sviluppare una riflessione realmente ampia e profonda sui rapporti tra poesia e musica, sia storicamente che in questa nostra convulsa contemporaneità.

E se qualcuno avesse ancora dubbi, dovrà rassegnarsi. È alle sue riflessioni e alle sue ricerche che dovrà guardare chiunque voglia oggi incardinare un discorso realmente nuovo e pregnante su quel dibattito fitto, a volte aspro, altre appassionato, certamente “sonoro”, che da sempre vive e si sviluppa tra le parole e le note.