Siamo nel 1988 e Franco Battiato, appena reduce dalla sua prima esperienza lirica, Genesi (1987), opera in tre atti per voce recitante, due soprani, tenore e baritono, dà alle stampe il suo settimo album “pop”: Fisiognomica (EMI, 1988). Già a partire dal titolo dell’album, a sua volta fornito da dalla prima canzone in scaletta, veniamo completamente calati nei meandri di una disciplina dalle antichissime origini, quella appunto della cosiddetta fisiognomica.

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Come recita il testo del brano “Leggo dentro i tuoi occhi da quante volte vivi, dal taglio della bocca se sei disposto all’odio o all’indulgenza, nel tratto del tuo naso se sei orgoglioso, fiero oppure vile” questa disciplina, che affonda le sue radici nell’antica Grecia e che appassionava in periodo rinascimentale sia Leonardo che Michelangelo, mira a porre in collegamento fra loro i tratti e le espressioni del volto con le peculiarità psicologiche e morali degli individui: inutile dire che oggi la fisiognomica è catalogata come disciplina pseudoscientifica.

Andando oltre, sempre appartenente a questo album del 1988 è uno dei brani di maggior fortuna del musicista catanese “E ti vengo a cercare”. Tendenzialmente dedicata al proprio partner o alla persona amata, questo brano, a detta del suo stesso autore, è in realtà rivolto alla sfera del divino: “Divini sono, per chi ama, anche una donna o un uomo, a seconda dei casi. Però la tendenza è verso un essere superiore. C’è anche il tema dell’emancipazione dalle passioni che fa pensare a qualcosa di divino, così come anche la ricerca dell’essenza”. Il “cercare l’uno al di sopra del bene e del male” è concetto direttamente riferibile all’idea, di chiara matrice mistica, che l’essere umano debba, per realizzarsi, superare la condizione di dualità nella quale vive (bene e male, yin e yang, luce e buio, ecc.) e puntare all’unità interiore.

Tante altre poi le frasi di chiara matrice spirituale: “Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita che rinuncia a sé”, e inoltre quell’“essere un’immagine divina di questa realtà” che chiude a ogni ulteriore e possibile dubbio.

L’album Fisiognomica contiene infine, come ultimo brano in scaletta, “L’Oceano di silenzio”, scritto, come accadrà qualche anno più tardi per “L’ombra della luce” (dall’album Come un cammello in una grondaia, EMI 1991), in stato meditativo. Il silenzio e la tecnica della meditazione sono l’esplicito oggetto di trattazione di questo brano: “Il silenzio – afferma Battiato – è una tecnica, ed è quindi facile da raggiungere”. La tecnica a cui si riferisce il maestro è ovviamente quella della meditazione, di cui è egli stesso attento praticante. Infatti come racconta a Franco Pulcini nel libro-intervista Tecnica mista su tappeto per Battiato “La meditazione è uno stato di assoluto rilassamento. Ci sono persone che riescono a fermare anche i pensieri, ma questo non è importante. È invece importante allontanarsi dal circolo meccanico dei pensieri: esserne fuori, osservarli come si osserva un fiume senza farsi trascinare dalla corrente”.

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L’album di inediti subito successivo a Fisiognomica è “Come un cammello in una grondaia” (EMI, 1991). In questo album è contenuto il brano che Battiato in più di un’occasione ha indicato come la vetta della sua produzione musicale, “L’ombra della Luce”. Questo brano, come già “L’oceano di silenzio”, fu scritto in stato meditativo, e più precisamente in un arco temporale di sei mesi: “Le gioie del più profondo affetto, o dei più lievi aneliti del cuore sono solo l’ombra della Luce”. Quello della Luce è tema assai caro a tutte le tradizioni spirituali. Battiato, in più di un’occasione e in più di una canzone, ha dato riferimenti espliciti all’origine di questa Luce, a cominciare dal brano “Inneres auge”: “Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore, che con il tempo, e ci vuole pazienza, si apre allo sguardo interiore”, quell’occhio interiore (in tedesco, appunto, inneres auge) che le varie tradizioni misticio-religiose individuano nella ghiandola pineale. “Ci sono scuole, in Tibet – afferma Battiato – per risvegliarlo (l’occhio interiore, ndr), e ci sono maestri che usano una tecnica antichissima per farlo emergere, con un legnetto tipo stuzzicadenti fanno una piccola operazione nel centro della fronte. L’allievo deve rimanere per tre giorni senza mangiare, al buio e si apre una percezione che normalmente si dovrebbe raggiungere solo per via spirituale”.

Il tema, tanto caro a Battiato, della reincarnazione emerge poi, leggermente velato, in un altro brano di questo album del 1991, “Le sacre sinfonie del tempo”: “(…) siamo esseri immortali caduti nelle tenebre, destinati a errare; nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione (…) siamo angeli caduti in terra dall’eterno, senza più memoria; per secoli, per secoli, fino a completa guarigione”.