Omicidio di camorra a Napoli, ucciso Pasquale Ceraso un 67enne pregiudicato

Non mi è piaciuto vedere la Basilica di Santa Maria della Sanità trasformarsi in una arroventata curva da stadio. Cori, urla, piagnistei. Neppure mi è piaciuta la “profanazione” con arrampicata dell’altare maggiore per issare lo striscione “Genny vive”. Tantomeno ascoltare sproloqui e invettive contro il “mondo tutto” con l’immancabile iperbole del sottoproletariato, l’emarginazione sociale, la giusta lotta dei disoccupati per l’emancipazione delle classi subalterne e la conquista dei diritti.

Chissà che avrebbe pensato don Giuseppe Rassello, il prete e che prete prematuramente scomparso, “figlio” del rione Sanità che durante le sue omelie domenicali dal pulpito della chiesa di San Vincenzo sferzava i giovani e le loro famiglie a non costruirsi facili alibi per autoassolversi dalle loro responsabilità o delegare a non identificate istituzioni “sempre assenti” il non rispetto dei doveri. Lo pensava e lo diceva: “Il Rione Sanità è un purgatorio e Dio vi ha chiesto una prova ulteriore per conquistare il paradiso”. Don Giuseppe da buon pastore non faceva sconti a nessuno e neppure infarciva la sua azione pastorale con la retorica cattolica di una generica solidarietà. “Don Giusè non ho i soldi per pagare la bolletta dell’Enel? Come faccio? Le creature non posso stare indò ‘o scuro…”. E lui risoluto e fermo : “Guagliò mi dispiace assai. La chiesa non è il Banco di Napoli. Significa che la prossima volta prima di fare i debiti per comprarti l’auto nuova ci pensi e la prendi usata”. Aveva il coraggio Don Giuseppe di parlare in faccia e l’ha pagata in prima persona. Conosceva il suo gregge e non le mandava a dire. Denunciava la camorra ma soprattutto la sua cultura che trasforma gli uomini in “cose ‘e niente”. Dava fastidio e quando qualche boss – non bamboccioni di camorra – mostrava il “ferro” perché infastidito dalla sue parole, lo cacciava a calci nel sedere.

Ho una certezza: don Giuseppe non avrebbe permesso quelle scene nella sua Basilica. Avrebbe pregato in silenzio senza comizi di piazza e interrogato la sua comunità cercando un “perché”. Sono note stonate. Vogliamo parlare del “solito” corteo non autorizzato per le strade del rione Sanità accompagnato da folate di scooter e moto di grossa cilindrata condotti da giovani rigorosamente senza casco. Guai per chi di mestiere deve raccontare e vuole entrare dentro i fatti. Minacce e schiaffi se scatti una foto non gradita o riprendi con la telecamera un frammento di discussione tra guaglioni. Ci vedo un “fare” da cultura camorristica. Gennaro Cesarano, 17 anni, è una vittima e basta. Anche il paragonarlo a nomi di altre vittime innocenti mi sembra alquanto di cattivo gusto. Cosa c’entra? La sua uccisione non riguarda solo il rione Sanità ma le Napoli. Penso a quei pezzi di città che hanno deciso – apparentemente – di non aver più nulla a che fare con l’anima nera di Napoli. La più grande catasfrofe di questi ultimi 20 anni non è stata l’emergenza rifiuti ma l’aver dimenticato almeno due generazioni di giovani. Averli deliberatamente abbandonati, ghettizzati e spinti nelle braccia delle camorre che somigliano sempre più a bande improvvisate di gangster gomorroidi.

Non mi sorprende se un amico barbiere mi confessa: “Ora si porta il taglio alla Genny Savastano…”. La fiction Gomorra la serie c’entra e non c’entra. Affascina, seduce, detta un modello per chi non ha nessuna attrezzatura culturale per discendere. C’è puzza elettorale. Il sangue fa svolazzare gli avvoltoi. C’è un leggittimo affollamento di flashmob, sit in, iniziative e dichiarazioni rambesche contro il male assoluto: la camorra. Ora se non hai nulla da dire e già hai esaurito il dialogo sul meteo puoi sempre parlare di camorra.

Mi chiedo: i partiti, la politica, le classi dirigenti – ammesso che ce ne siano – chi ha guidato Comune, Regione e Provincia in questi decenni cosa guardava la luna? Bastava l’1% dei debiti fuori bilancio del Comune di Napoli gestione Russo Iervolino per finanziare i progetti dei maestri di strada e salvare qualche giovane. Vogliamo parlare dei tanti milioni di euro spesi in finta formazione, corsi professionali e stage? Vogliamo parlare dei criteri attraverso i quali si accedeva a queste misure imposte non attraverso una pianificazione progettuale ma sotto i colpi di manifestazioni che mettevano a ferro e fuoco la città. Serbatoi elettorali, voti a tanto il chilo per ras e correnti partitiche, oggi in disgrazia. Ecco non appena ne scrivi e denunci anche taluni legami oscuri sei accusato di essere un borghese di merda, un giornalista venduto, uno che sputa nel piatto della povera gente. E chi se ne fotte dei concorsi, dello studio, del merito. Dei tanti migranti nostrani.

Anche questo c’entra con il disastro-Napoli. Se semini vento raccogli tempesta. Ora e non domani occorre disarmare la città. Lo Stato faccia lo Stato. La legge è legge, non ci sono deroghe che tengano. Non si tratta di repressione ma di civiltà di una società. Il prefetto di Napoli attrezzi delle nuove depositerie e si comincino a sequestrare e confiscare moto e scooter, il mezzo di lavoro dei killer e degli scippatori. Anche la patria potestà e la punibilità dei minori non sia più un tabù. Si rivolti la città come un calzino. Ora è il momento della durezza. Si violino i fortini dei clan. I luoghi dove la legge non vale. Il governo nazionale metta a disposizione risorse per una sorta di piano marshall trentennale. Non i soliti progetti affidati ai soliti professionisti del niente ma un definitivo voltar pagina. Le altre Napoli si facciano carico delle zone degradate della città. Lo si imponga. Si sostengano e non si osteggino quelle iniziative culturali che tra mille difficoltà cercano di scrivere pagine diverse. Come l’esperienza del “Nuovo Teatro Sanità” di Mario Gelardi.

La morte di Gennaro pesa sulle nostre coscienze come i tanti morti di queste faide. E’ una Napoli sanguinolentà e dal lutto mai elaborato. Non la terra dell’amore. Le mamme del rione Sanità lo stanno dicendo in queste ore a gran voce: “Aiutate i nostri figli”. E’ un’occasione per scrivere la parola definitiva: “Basta”. Se ribellione dev’essere e che lo sia davvero. Allora occorre rompere con un mondo. Chi sa parli. Denunci, verbalizzi, spieghi. Faccia i nomi. Aiuti le forze dell’ordine a liberare il rione e la città dalle bande di camorra. Scriviamo storie in discontinuità. Il questore Guido Marino lo dice da sempre con energia e la forza dell’uomo del sud: Napoli non può essere ostaggio di quattro parassiti. La gente onesta e laboriosa di questa bellissima città deve collaborare”.