Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, ha confermato la notizia spiegando senza mezzi termini: “Lo vogliamo fare perché nessuno in Italia abbia timore quando deposita i soldi in banca”. Insomma, l’unica cosa che conta è scongiurare il rischio che i correntisti smettano di fidarsi degli istituti. Con tutto quello che ne potrebbe derivare. Per evitare che accada le banche, il Tesoro e la Banca d’Italia sono disposti a sacrificare migliaia di piccoli risparmiatori con in tasca obbligazioni delle disastrate Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria. Di qui a pochi mesi, potrebbero vedersele convertire in azioni di una nuova società costituita ad hoc per ricapitalizzare quegli stessi istituti. Così, loro malgrado, contribuiranno a salvarli dal fallimento. Evitando che nel 2016, quando entreranno in vigore le nuove regole europee sui salvataggi bancari (bail in), a pagare il conto siano chiamati anche i titolari di conti correnti oltre i 100mila euro, cosa che provocherebbe un grave danno alla reputazione del sistema. E un costo notevole per le altre banche, che attraverso il Fondo interbancario di tutela dei depositi garantiscono i depositanti fino al tetto dei 100mila euro.

A prevederlo, secondo quanto ricostruisce Il Sole 24 Ore, è un piano a cui stanno lavorando il ministero delle Finanze, via Nazionale e, come regista, lo stesso Fondo interbancario. Un piano con moltissime incognite, visto che, a parte il poco tempo a disposizione, la “terapia” individuata rischia di essere oggetto di una raffica di ricorsi da parte dei sottoscrittori di bond che si vedranno chiamati a contribuire al salvataggio nonostante il contratto sottoscritto con la banca non preveda la conversione delle obbligazioni in azioni. Ci si potrebbe anche chiedere, poi, perché a finanziare l’operazione non debbano essere chiamati, in tempi brevi per evitare il rischio che tutto cada in prescrizione, anche gli ex amministratori delle banche in crisi responsabili della malagestione.

Ma ecco i dettagli dell’idea su cui si lavora in queste settimane. Gli istituti che aderiscono al Fondo interbancario dovranno mettere mano al portafogli e, versando ognuno un ammontare corrispondente alla quota di mercato sui depositi, creare una holding con un capitale complessivo di 1,5 miliardi. Che ricapitalizzerà Carife, Banca Marche e la Pop Etruria e sarà incaricata di risanarle, riportarle sul mercato e alla fine venderle, permettendo alle banche azioniste di limitare le perdite o nel migliore dei casi registrare una plusvalenza. Peccato che un’operazione del genere sia ad alto rischio di finire nel mirino di Bruxelles. Per evitare l’apertura di contenziosi, riporta il quotidiano di Confindustria, si ricorrerà a un meccanismo di “ripartizione degli oneri“. Una parte dei quali sarà caricata sulle spalle dei titolari di obbligazioni subordinate. I titoli in circolazione che potrebbero essere coinvolti ammontano a circa 700 milioni di euro, di cui 400 di Banca Marche, 150 di Popolare dell’Etruria e altrettanti di Carife.

Il progetto dovrebbe andare in porto entro fine anno, per dribblare, appunto, la normativa europea sul bail in che entra in vigore dall’1 gennaio 2016. Questo significa, nota Il Sole, che in quattro mesi occorre completare il quadro normativo, ottenere il via libera dell’esecutivo Ue e della Bce e poi procedere con i tre salvataggi. Nel caso di Banca Marche la soluzione andrebbe individuata addirittura entro fine ottobre, quando scade il commissariamento partito nell’estate 2013. Acqua alla gola anche per la Popolare dell’Etruria, di cui come è noto il ministro Maria Elena Boschi è azionista e il padre Pier Luigi ex vice presidente. Entro dicembre bisognerebbe chiudere la due diligence sui conti dell’istituto, in amministrazione straordinaria da febbraio, e definire l’aumento di capitale necessario.

Gli analisti di Equita, in una nota diffusa venerdì, calcolano che tenendo conto della rispettiva quota di mercato sui depositi Intesa Sanpaolo e Unicredit dovrebbero contribuire al salvataggio con 250 milioni di euro l’una mentre le banche medie dovrebbero versare 50-60 milioni l’una e le minori 20-30 milioni. Ma “la vera domanda da porsi”, sostengono gli analisti, “è se 1,5 miliardi di euro saranno sufficienti a rilanciare le tre banche e quale sarà il destino successivo della holding”.