La rotta balcanica è una vecchia porta d’ingresso per l’Europa. Già da tempo si poteva comprendere che sarebbe diventata il corridoio dei profughi in fuga dalla guerra. Sarebbe stato sufficiente non voltare la testa da un’altra parte. Desirée Pangerc, antropologa triestina, docente di Sociologia della Criminalità e delle Emergenze all’università Ciels di Padova lo raccontava nel 2010-2011, quando dalla sua città di frontiera ha ripercorso a ritroso la via delle vittime di tratta provenienti dai Balcani, soprattutto donne destinate a prostituirsi. I risultati sono contenuti in “Il traffico degli invisibili”, libro edito da Bonanno uscito quell’anno. Lungo quelle stesse direttrici oggi si riversano i profughi in cerca della terra promessa Europa. Intanto, a Vienna, i rappresntanti dei Governi dell’area, con Angela Merkel e l’Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini, discutono di emergenza profughi e del loro ingresso in Europa.

Professoressa Pangerc, quali sono le tappe della rotta balcanica?
Dalla Grecia la direttrice passa per Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia. Esclude la Bosnia, in un percorso conosciuto ma che appare ancora pilotato da organizzazioni criminali . Le tappe sono le stesse ma sono cambiati gli attori sociali che la attraversano. Oggi ci sono profughi, vittime di tratta di esseri umani e di contrabbando di persone. Per le mafie balcaniche dovrebbe essere un periodo florido.

Perché è tornata in auge proprio in questo momento?
Ho notato che tutte le misure di rafforzamento e di cooperazione tra le polizie frontaliere si sono interrotte perché secondo la comunità internazionale la rotta balcanica andava esaurendosi e perciò non sono stati più erogati i fondi per attività portate avanti ad esempio dalla Police Cooperation Convention. L’area è stata considerata dall’Unione europea stabile e un mercato da accaparrarsi secondo una cruda logica economica. Eppure si sarebbe dovuto analizzare cosa accadeva nei Balcani continuamente, senza “buchi” di minimo cinque o sei anni. Durante le mie ricerche tra il 2010-11, con l’inizio dei tumulti della Primavera Araba, era già facile prevedere che la direttrice sarebbe stata molto utilizzata.

Frontex stima 102 mila transiti da gennaio ad oggi. Com’erano i numeri in precedenza?
Nel 2011 ho incontrato il capo della polizia slovena che mi parlava di 100 ingressi irregolari al giorno nel Paese. Si trattava soprattutto di immigrati irregolari e di trafficati (questi ultimi stimati all’1%) . Era un lento ma continuo flusso di cui nessuno si occupava ma che si sarebbe potuto gestire. Ora , invece, assistiamo a un’emergenza umanitaria di proporzioni notevolmente maggiori . L’Italia non risulta più una meta, ma un Paese di transito: per questo all’inizio degli anni 2000 i valichi dove c’erano più ingressi erano Trieste e Gorizia, mentre ora il flusso si è spostato sul Tarvisio, a Coccau, più vicino al confine con l’Austria. L’obiettivo di chi intraprende questa rotta sono i Paesi nordici.

La reazione dell’opinione pubblica balcanica a questi arrivi com’è?
C’è una forte discrepanza tra la volontà politica e la sensibilità della società civile. I governi alzano muri da sempre: Grecia e Macedonia si rimbalzano i migranti fin da quando la rotta è stata scoperta. La Bulgaria ha militarizzato i confini e ha rafforzato i respingimenti, portando i propri carri armati anche in Macedonia. Dall’altra parte si rileva una sensibilità della società civile nell’aiutare i profughi. Un aspetto molto interessante dal punto di vista antropologico. Quest’area ha una forte cultura dell’accoglienza, avendo conosciuto guerre ed esodi in tempi piuttosto recenti.

Chi sono le mafie che si approfittano di questi traffici? Sono cellule “indipendenti” come gli scafisti in Libia o sono strutture verticistiche e organizzate?
In Albania è presente la più forte mafia dell’area balcanica, in quanto etnica e con struttura clanica ma non credo che gestisca un’operazione che prende una direttrice interna e non lungo la costa; credo piuttosto che i membri delle organizzazioni criminali balcaniche in generale operino comunque a medio livello, sotto la guida di cellule di mafie presenti nei Paesi di provenienza dei profughi. Ritengo che la struttura ricalchi quella dell’Operazione Oriente 1 (del 2000, ha smantellato una rete che dalla Cina, subappaltando il transito attraverso i Balcani a un mafioso croato ha portato in Italia in 9 mesi 5mila cinesi, ndr). Il vertice nel Paese d’origine indirizza i migranti in Grecia e subappalta a qualche cellula della mafia balcanica la rotta terrestre. Qui le organizzazioni criminali agiscono solo per indicare la rotta o magari organizzare qualche punto di raccolta. Oltre ai profughi dalla Siria, la stessa rotta è seguita da coloro che scappano dalle azioni delle organizzazioni terroristiche in altri Paesi africani. Sbagliando negli anni scorsi sono stati definiti “mafia degli scafisti”, ma dietro gli sbarchi c’è qualcosa più forte e potente di una “normale” organizzazione mafiosa. Il network è in grado di intervenire nella Libia del caos, trattando con buona parte delle 200 katibe (milizie armate) che controllano pezzi del territorio, come di infiltrarsi nella controllatissima Turchia.