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La rilevanza della poesia nel dibattito culturale italiota è un po’ come quella dei film di Totò nella programmazione televisiva: va solo d’estate, preferibilmente tra luglio e agosto, quando fa troppo caldo per parlare di cose che importano davvero.

Così è stato anche quest’anno, quando a dare il la è stata la postilla – invero stenterella e piuttosto superficiale – riservatale da Asor Rosa nell’improvvida riedizione aggiornata del suo Scrittori e popolo. Seguita a ruota da una serie d’interventi di svariati studiosi, prima di tutto dalla solita campana a morto suonata anche quest’anno dall’ineffabile Berardinelli, che rischia ormai di lasciarci ben prima che la sua funesta previsione si avveri. Ultimo flame, domenica scorsa, il pezzo dedicatole da Paolo di Stefano su La Lettura del Corriere per sostenere che invece la poesia è viva e vegeta (bontà sua).

Come al solito, nessuno si è ricordato di chiedere il parere dei poeti e meglio così, visto il livello del dibattito.
Quando i poeti sono intervenuti, peraltro, se ne sarebbe fatto volentieri a meno, vedi l’intervento di Loi sul supplemento del Sole 24 ore di domenica scorsa: un’imbarazzante crestomazia di luoghi comuni post-simbolisti, totalmente ciechi rispetto ai mutamenti del presente.

Difficile che i lettori abbiano tratto qualche beneficio da tanto discutere, idem la poesia.
Qualche esempio, un po’ random: qualsiasi cosa ne pensi Berardinelli, il ‘valore di scambio’ della poesia non è legato alla sua forma (linguistica), quanto alla sua scelta mediale: nel presente digitale la poesia su carta non avrà mai valore di scambio e ciò dipende prima di tutto dal fatto che è poesia ‘scritta’, poesia su carta, ‘di’ carta, mera trascrizione di un’arte orale; non a caso il suo tramonto nel consesso delle arti è coincidente con la nascita del romanzo, cioè della ‘letteratura’ e di quella forma letteraria che più di qualsiasi altra si presta ad essere merce, e merce cartacea, prima che ‘discorso’.  È con il romanzo che nasce, nel XVIII secolo, l’idea stessa del copyright artistico e intellettuale. Sarebbe come aspettarsi che gli amanti dell’opera lirica si accontentassero di comprare spartiti e libretti e di eseguirseli da sé, a mente, per poi dare la colpa dell’aspettativa delusa all’eccessiva complessità delle opere.

Se qualche successo commerciale (peraltro limitatissimo) per qualche autore c’è pur stato (a meno di voler considerare tale, come fa Di Stefano, anche le poche migliaia di copie usualmente vendute dagli autori più gettonati), esso è dovuto esattamente alla capacità dei media contemporanei di veicolare tale informazione al di fuori dei circuiti cartacei e specialistici: a vendere davvero è stato l’embedding di Saviano in televisione, non la poesia di Szymborska. La domanda corretta da porsi non sarebbe, in questo caso, quante copie sono state vendute, ma quante, in realtà, ne siano state lette.

D’altro canto, sostenere che la poesia, siccome non vende, non ha spazi nei media né rilevanza nel dibattito artistico, sia in una privilegiata condizione di assoluta libertà che le permette di sperimentare più della prosa è certamente vero, da un certo punto di vista, dall’altro, però, è come dire a chi è povero in canna di esser felice della sua condizione, visto che non dovrà preoccuparsi di amministrare il suo denaro. Non c’è nulla di più libero dell’indigenza. A cosa serviranno tutte queste ‘sperimentazioni’ (e in Italia se ne fanno davvero svariate e di ottimo livello) se poi nessuno potrà fruirne?

E come si farà a muovere qualcosa in codesta palude, se l’incarico di dirigere e amministrare quel poco che c’è è conferito (feudalmente) a vita e nessun ricambio è possibile? Il fatto che il giubilamento di un direttore di collana (Riccardi allo Specchio Mondadori) faccia dare per morta l’intera collana non è che la prova più esplicita di quanto sostengo.

Il problema, probabilmente, è che lo scopo vero di quel poco dibattito estivo di cui sopra non è tanto la poesia, quanto la promozione di questo, o quel gruppo di poeti e soprattutto di chi se ne fa mentore. Decine di righe apodittiche che poi, stringi stringi, si concretizzano in quella sorta di effimero Canone in minore che sono le cosiddette ‘info-grafiche’, i box dove mettere bene in evidenza il nome di un manipolo di prodi fedeli sotto etichette più o meno raffazzonate: l’anno dopo, nuova info-grafica, nuove etichette e nuovo Canone in minore, stando bene attenti a mescolare un po’ le carte, senza mai mettere in discussione i più fedeli tra valvassori e valvassini in versi.

Ma la poesia è nata prima dei poeti e quello che ci si augurerebbe sarebbe che di essa infine si parlasse: dei suoi mutamenti, del suo ruolo e della sua funzione nella contemporaneità, della rivoluzione mediale di cui si sta rendendo protagonista nell’indifferenza generale. Ma questo è esattamente ciò che non accade, al punto che a me viene, da tempo, il sospetto che ad essere morta non sia la poesia, ma la critica letteraria.

Insomma, la condizione di minorità della poesia italiana non è dovuta tanto alla qualità e alle forme delle sue proposte, quanto ad un’arretratezza (che verrebbe qui da definire digital divide) della critica e della editoria italiote (ed anche dei loro poeti preferiti, che da questa arretratezza traggono linfa vitale per la sopravvivenza dei loro simulacri lirici) incapaci di comprendere davvero quali siano i nuovi cammini di quell’arte che Dante ebbe a definire «retorica acconciata secondo musica».
E soprattutto incapaci di ricordarsi che, in realtà, la poesia può persino fare a meno dei poeti della letteratura e dei loro libri. Con buona pace di certi filologi.