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“E se i miei amici su Facebook mi impedissero d’ottenere un prestito?”. Questo è il titolo di un pezzo dello scorso 8 agosto, pubblicato nelle pagine di economia del quotidiano francese Liberation al quale, in Italia, ha fatto eco, il giorno dopo La Repubblica con un pezzo, pubblicato nelle pagine di economia & finanza, e intitolato: “Hai debiti? Facebook lo saprà”.

Oggetto dell’allarme lanciato nei due pezzi, il deposito, da parte di Facebook, presso l’Ufficio brevetti statunitense di una domanda per la concessione di un brevetto che dovrebbe servire a misurare l’affidabilità creditizia degli utenti del social network e, quindi, a consentire a banche e società finanziarie di valutare se concedere o meno un finanziamento. Tanto è bastato per accendere, in Rete – e, forse, anche fuori dalla Rete – una vivace discussione che ha riscaldato un agosto già bollente, climaticamente e non solo, sul rischio imminente che il popolare social network bianco e blu, abbia intenzione di estendere le sue già tentacolari attività del settore dell’affidabilità finanziaria, vendendo agli operatori del settore un’autentica miniera d’oro di dati personali straordinariamente preziosi per decidere di quali clienti fidarsi e di quali no e, quindi, quali domande di credito, mutuo o finanziamento accogliere e quali rigettare.

Con la crisi che ha fatto crescere a dismisura il ricorso a finanziamenti e credito al consumo e la consapevolezza diffusa che, ormai, si può mentire ai genitori, al marito, alla moglie e, forse, persino all’amica del cuore ma non a Facebook, è facile immaginare che, in tanti, appresa la notizia si siano prefigurati un autunno buio nel quale avrebbero visto chiudersi le porte di banche e finanziaria ancor più di quanto – in molti casi – lo siano da tempo.

In realtà il rischio – che pure nessuno può escludere che, prima o poi, si affaccerà all’orizzonte – non è così imminente. Tanto per cominciare non è più un segreto per nessuno che, ai tempi di Internet, del digitale e delle tecnologie capaci di rivoluzionare il mondo, specie i giganti come Facebook, brevettano – o provano a brevettare – molto di più di quanto poi non usino sul serio e, quindi, il fatto che Facebook abbia depositato una domanda di brevetto che, se accolta, ne farebbe il “proprietario” di un efficace metodo di misurazione dell’affidabilità finanziaria del suo oltre un miliardo di utenti, non significa che il gigante del social network abbia davvero deciso di scendere in campo in questo settore.

Ma, anche a prescindere, da ogni esercizio prognostico relativo a ciò che Facebook farà o non farà del suo brevetto – ammesso che lo acquisirà per davvero – a navigare a ritroso le correnti dell’informazione, sino a risalire alla domanda di brevetto all’origine dell’allarme lanciato dalle colonne di Liberation, si scopre che, in realtà, tale domanda riguarda un metodo – per la verità all’apparenza neppure tanto originale – per filtrare posta elettronica indesiderata o per gestire l’accesso a contenuti digitali a pagamento che, tra le tante possibilità di impiego, viene presentato come utilizzabile anche per consentire a banche e società finanziarie di controllare l’accesso al credito.

Il sistema, che si tratti di bloccare lo spam, di fermare sull’uscio chi prova ad accedere a contenuti coperti da diritto d’autore senza averne il permesso o, eventualmente, anche a richiedere un finanziamento pur non essendo un “buon pagatore”, è basato sull’analisi della rete sociale nella quale ciascuno di noi è collocato e su una serie di fattori sulla base dei quali a seconda chi “frequentiamo” siamo o non siamo affidabili perché ci venga aperta la mailbox di qualcuno a cui abbiamo spedito una mail, perché ci si lasci accedere ad un film o, anche, perché ci si conceda un finanziamento. Una sorta di reinterpretazione in chiave 2.0 del vecchio proverbio secondo il quale: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Guai a negare che uno scenario nel quale la nostra banca, prima di accordarci un finanziamento, oltre ad interrogare le decine di banche dati che già oggi vengono utilizzate nel settore ed incrociarne i risultati, “chieda” una valutazione anche a Facebook è, a dir poco, inquietante ma è uno scenario di orwelliana memoria non più vicino, né più lontano di quelli con i quali, a torto o a ragione, per ignoranza o incoscienza o, semplicemente, perché è in corso un processo di mutazione antropologica del nostro modo di interpretare la nostra privacy, sembriamo, nella più parte dei casi, esserci rassegnati a convivere.

Viviamo, d’altra parte – e un fatto del quale negli anni che verranno occorrerà ricordarsi spesso – in un Paese rimasto quasi indifferente davanti alla scoperta di aver dato i natali ad uno dei software-spia più pervasivi della storia e davanti alla certezza che centinaia di migliaia di cittadini sono stati oggetto di investigazioni digitali da parte delle forze dell’ordine e, forse, persino di soggetti privati.

Il riferimento è, naturalmente, alla tristemente nota vicenda della Hacking Team.