I guerriglieri del Partito de Lavoratori del Kurdistan (Pkk), i miliziani dello Stato Islamico e i terroristi del Fronte Rivoluzionario di Liberazione del Popolo (Dhkp-c). Recep Tayyip Erdoğan e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) hanno scelto i nemici da combattere, annunciando i bombardamenti dell’aviazione in territorio curdo e in aree controllate da Isis. La guerra ha già provocato, in poche settimane, decine di vittime. Solo oggi, 10 agosto, sono 9 i morti in quattro diversi attacchi: al Consolato degli Stati Uniti e a una centrale di Polizia, a Istanbul, a un convoglio e un elicottero militare nel sud-est del Paese, a Sirkin, in territorio curdo. A rivendicare gli spari contro il consolato Usa è stato il Dhkp-c, mentre per i due attacchi nel sud-est la firma è quella del Pkk. “Siamo tornati al clima di guerra degli anni ’90 – commenta Valeria Giannotta, docente di Relazioni internazionali alla Türk Hava Kurumu Üniversitesi di Ankara – l’ultima vera escalation di violenza c’era stata nel 2010, quando i caccia turchi bombardarono i territori curdi. Dopo il 2012 si può parlare di un cessate il fuoco continuato, anche se le notizie degli scontri, spesso, non venivano diffuse”.

Da quando Abdullah Öcalan, nel 2006, chiese ai combattenti del Pkk di cercare il dialogo con il governo di Ankara per arrivare a un cessate il fuoco, la tensione era calata. “Oggi – continua Giannotta – la situazione è tornata a farsi preoccupante. Il governo vuole arrivare alla definitiva ritirata del Pkk”. La nuova sfida lanciata dall’Akp ai guerriglieri curdi e la risposta del Pkk hanno però riportato il Paese a un clima di guerra interna.

La strategia di Erdogan: “Demonizzare il Pkk per ottenere la maggioranza assoluta”
Dietro alla scelta del partito dell’attuale presidente turco di ingaggiare questa sfida con il Pkk, sostiene Giannotta, si nasconderebbe però la volontà di far perdere i consensi all’Hdp, il partito curdo che alle scorse elezioni ha ottenuto 79 seggi con il 13% delle preferenze. Un successo che ha impedito all’Akp, dopo 13 anni di governo, di ottenere la maggioranza assoluta. “Quello del partito di Erdogan – sostiene la docente – è un tentativo di demonizzazione dell’avversario. Sfruttando il fatto che i curdi non sono ben visti, in generale, all’interno della società turca. In questo modo, la speranza dell’Akp è quella di attirare i voti persi dall’Hdp ed evitare che questo superi lo sbarramento del 10%. Solo così, in caso di elezioni anticipate, il partito potrebbe ottenere nuovamente la maggioranza assoluta”.

In base all’ultima rilevazione pubblicata dall’istituto di ricerca Mak, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del presidente guadagna posizioni e in caso di nuove elezioni, riuscirebbe a riconquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, persa alle consultazioni del 7 giugno. Il sondaggio è il secondo in una settimana ad indicare la risalita dell’Akp a livelli tali da poter formare un nuovo governo senza alleanze. Stando a Mak, infatti, il partito di Erdogan avrebbe il 44,7% dei consensi, quasi il 4% in più di quanto ottenuto a giugno, quando si è fermato al 40,9%. Dietro l’Akp si confermano sugli stessi livelli delle scorse elezioni il Chp e i nazionalisti dell’Mhp, mentre perderebbero tre punti proprio i filo-curdi dell’Hdp.

Ipotesi di un possibile inasprimento dei rapporti tra il partito fino ad allora al governo e i gruppi curdi iniziarono a circolare già dopo le elezioni: ““Già allora si poteva immaginare una nuova guerra con i curdi – continua Giannotta – un governo di coalizione è sembrato da subito difficile, per questo la maggioranza assoluta è l’unica possibilità per Ahmet Davutoğlu (Akp) di governare. Per ottenerla, però, servono le elezioni anticipate. Io non credo alle coincidenze: si sapeva che se avesse bombardato le postazioni del Partito de Lavoratori del Kurdistan al confine con Iraq e Siria, i curdi avrebbero risposto. Ha poi voluto dimostrare che da quando l’Akp non è più al governo, dopo i risultati elettorali, la sicurezza nazionale è in pericolo”.

Oltre a questo, la scelta del presidente e del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo avrebbe anche dei risvolti geopolitici: “La strategia del pugno duro contro i movimenti indipendentisti curdi e lo Stato Islamico – dice Giannotta – trova una spiegazione anche dopo l’accordo sul nucleare iraniano. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di avvicinarsi un nemico storico e influente come Teheran ha portato Ankara a pensare di ricordare a Washington che anche loro possono spostare gli equilibri nell’area”.

Pkk e Dhkp-c, attacchi congiunti: “Alleanza? Condividono alcuni obiettivi”
Un elemento che colpisce, se si analizzano gli attentati del 10 agosto, è che il Pkk e il Dhkp-c hanno colpito in contemporanea, facendo così nascere i dubbi riguardo a una possibile alleanza in funzione antigovernativa. “Ѐ un parallelismo non così scontato – spiega la docente –, anche se i due movimenti condividono alcuni punti, come l’ispirazione marxista e l’avversione nei confronti del governo centrale. In passato, membri di questi due gruppi furono anche sorpresi mentre organizzavano insieme degli attacchi e alcuni loro membri vennero arrestati. Anche la concessione agli Stai Uniti della base aerea di Incirlik può aver fatto avvicinare Pkk e Dhkp-c, ma dire che esiste una vera e propria programmazione comune mi sembra, al momento, un’esagerazione”.

Twitter: @GianniRosini