Nelle pieghe della riforma degli enti locali spunta il “salva Cineca”. Un emendamento al testo in via di conversione al Senato neutralizza gli effetti di una sentenza del Consiglio di Stato che il 26 maggio scorso ha cassato la natura pubblica del Consorzio interuniversitario di Bologna, tornato alla ribalta delle cronache per il celebre errore nei test di medicina. I giudici avevano chiarito allora che Cineca non era un organo del MIUR e delle Università consorziate, così come invece si presentava, ma un operatore di mercato, stante la partecipazione al suo interno di soggetti privati, la mancanza di poteri di controllo in capo ai consorziati e la sua spiccata vocazione commerciale.

In poche parole, per i giudici amministrativi Cineca ha una natura commerciale e come tale non poteva ricevere affidamenti di servizi senza gara da parte delle 77 università consorziate, pena l’alterazione del mercato. Invero, proprio su questi presupposti il consorzio è cresciuto negli anni fino ad avere 700 dipendenti e a gestire pressoché tutta l’informatica di Stato. La sentenza di Palazzo Spada ha impallinato il gigante che rischiava di sprofondare venendo meno i “privilegi” con cui opera e prospera da sempre. Ma ecco che dopo due mesi arriva il salvacondotto. Come spesso accade in Italia, piuttosto che adeguarsi alle sentenze si cambiano le leggi. Ad allungare la corda di salvataggio è stata, niente meno, la responsabile scuola del Pd, la senatrice Francesca Puglisi che vive a Bologna, dove il Consorzio ha intrapreso la sua corsa. Da lì, Cineca offre il supporto informativo alle amministrazioni di mezza Italia. Palazzo Chigi, per dire, ha utilizzato la sua piattaforma per dar corso alla “campagna di ascolto” sulla riforma della “Buona Scuola”. Difficile restare indifferente a una collaborazione tanto preziosa.

Ed ecco che arriva il salvacondotto, inserito a sorpresa in un testo dedicato a tutt’altro. Lo si ritrova infatti nel Ddl n.78, il cosiddetto “decreto enti locali”, approvato il 28 luglio scorso dal Senato e lunedì 3 agosto in votazione alla Camera. Se passa, il salvacondotto è definitivo. La norma ad hoc è un emendamento l’art. 9, norma a sua volta extra-vagante perché dedicata al finanziamento dei policlinici universitari. All’articolo vengono ora inseriti quattro commi perfettamente “tagliati” per dribblare la sentenza e rimuovere macigni dalla strada del gigante. Il primo è volto a superare l’obiezione sulla partecipazione privata, ostativa agli affidamenti “in house”, cioè diretti e senza gara. La sentenza del Consiglio di Stato rilevava l’illegittimità degli stessi da parte del pubblico poiché il consorzio è partecipato anche da privati, quindi non assimilabile per natura giuridica a un ente pubblico.

A disinnescare il principio interviene allora un comma che dice tutto il contrario e fa leva sulla nuova direttiva europea sugli appalti che l’Italia dovrà recepire entro il 2016. Il dettato comunitario ammette gli affidamenti in house anche con privati, ma solo se una legge dello Stato lo prevede espressamente e per esigenze eccezionali compatibili con il Trattato. Salvare il Cineca, evidentemente, lo è: ed ecco bella e che servita la norma che lo prevede. La seconda obiezione riguarda il controllo analogo da pare dei consorziati che, secondo i principi comunitari, legittima le amministrazioni ad affidare direttamente la gestione dei servizi a una società a capitale interamente pubblico. In pratica si riconosce l’in house solo se l’ente esercita sulla società affidataria un controllo analogo a quello che esercita sui propri servizi. Ma lo statuto di Cineca non garantisce questa condizione e questo il Consiglio di Stato lo ha detto chiaramente. In termini diversi sembra ragionare adesso il legislatore: per legge il Miur e gli altri consorziati, dunque ad oggi 73 soci, esercitano un controllo congiunto sul Cineca. Le modifiche allo Statuto andranno apportate solo se necessarie. Si ignora così la sentenza e si rimette al Cineca la decisione di modificare il proprio statuto.

E veniamo al terzo ostacolo, anch’esso rimosso: la vocazione commerciale. Si consente l’affidamento diretto anche a soggetti che, come Cineca sono operatori qualificati del mercato e svolgono una quota affatto irrilevante della loro attività a favore di soggetti terzi non consorziati. Il Cineca è dunque salvo, il mercato però invece è profondamente alterato.

Alla fine l’emendamento di 40 righe vale almeno 100 milioni di euro l’anno. Ma vale anche molto di più. La sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che i servizi affidati al Consorzio direttamente non potevano esserlo. Ma nessuno, neppure la Corte dei Conti, è andata a pretendere chiarezza sul passato. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. E grazie alla novella legge “salva Cineca” nessuno, probabilmente, lo farà in futuro.