Se qualcun@ di voi non avesse ancora ben chiaro quanto sia radicata la cultura dello stupro basta la sintesi di quel che è stato scritto in questi giorni nei commenti in rete alla sentenza di secondo grado (commentata anche dall’avvocata della ragazza) per i sei ragazzi imputati, prima condannati e poi assolti per lo stupro di gruppo della Fortezza da Basso, o alla lunga e bellissima lettera che mi ha inviato colei che si è firmata “La ragazza della Fortezza”.

Di processare le donne, tutte le donne, a prescindere da questa sentenza, non si stancano mai. Ce la siamo cercata. Abbiamo provocato. Eravamo svestite o troppo zoccole e promiscue. Ed ecco lì chi tenta disperatamente, arrampicandosi sugli specchi, di difendere l’indifendibile, assumendo che la categoria processuale possa essere scissa da quella culturale. Invece è dai cambiamenti culturali che deriva, poi, una legge, le sentenze, le discussioni parlamentari, perché le istituzioni, machiste, patriarcali, sono sempre in ritardo rispetto al livello di evoluzione sociale.

Lo stupro è violenza di genere perché si attribuisce a un genere un ruolo imposto: disponibile, oggetto sessuale, ad appagare i desideri di chi non può fare a meno di usare chi gli sta di fronte. Ed ecco le motivazioni, o alcune di esse, di una mentalità che spinge a dire che lo stupro è una conseguenza di fenomeno addirittura naturale. Si dice che la sessualità maschile sia diversa da quella femminile. Diversa come? Di più, ti dicono alcuni, è quasi famelica, va soddisfatta, perché le donne, invece, si sa che attendono un orgasmo all’anno come fosse un sacrificio estremo, col volto sofferente e la posa da martirio.

Se l’uomo è cacciatore e la donna è preda è chiaro che bisogna fare attenzione a non provocarlo, perché bisogna pur capirlo che lui va sempre in giro con il pene eretto. Allora no alle minigonne, no alle vesti scollate, no ad atteggiamenti troppo allegri e no in generale alle donne che si divertono fuori. Se escono e qualcuno le stupra è affar loro, se la sono cercata. Se sono troppo scollate o hanno bevuto, tutto ciò giustificherebbe lo stupro. Ma giusto chi afferma questo insulta gli uomini giacché non mi pare che ci siano stupri a ogni angolo di strada e non perché siano tutti in cura con la castrazione chimica, violenta e inefficace, ma solo perché lo stupro non c’entra affatto con il desiderio, le pulsioni. C’entra con i rapporti di forza, con l’esercizio del potere di uno sull’altra, con l’esibita strafottenza per l’autodeterminazione altrui e con la totale ignoranza su quel che è la consensualità. Prima di tutto bisogna essere d’accordo, entrambi, ed è inutile dire che questo deve riguardare anche gli uomini, le donne, i cercopitechi o i dinosauri. E’ una regola che vale per tutti e trovare pretesti per non parlare di questo è, per l’appunto, soltanto pretestuoso.

Poi c’è chi si improvvisa espert@ in diritto applicato alle persone ubriache. Se lei ha bevuto ed è vittima di stupro, e ripeto la parola “vittima”, dunque non colpevole di alcunché, non è in grado di dare alcun consenso. Chi la stupra non ha scusanti, di nessun genere. Se lui ha bevuto è compie un crimine è cosa diversa perché non potete paragonare una vittima a chi compie reati. Salvo che per voi una donna che si ubriaca non sia una criminale o addirittura non sia la causa del sommo sacrificio di un uomo che è perfino forzato a stuprarla. Siamo al paradosso del paradosso.

Chi stupra non ha scusanti, e non perché io ami le politiche repressive e securitarie o perché ce l’ho con gli uomini, perché sarebbe disonesto, intellettualmente parlando, affermare che io la pensi così. Lo stupro è stupro e ci sono condizioni in cui è possibile che una donna possa inventare qualcosa per non so quale ragione, ma ci sono altri casi, diversi, ed è grave se vi basate sul vostro pregiudizio, su una generalizzazione, che stabilisce che tutte le donne mentano, giacché fanno fatica sempre a essere credute. E mentre riguarda la vita di tutte le persone coinvolte in un processo, alcuni di voi dimenticano quella vita, sola, lesa, che nonostante il pianto, il dolore, la prigionia che le è stata imposta, continua a essere ribelle, resistente, partigiana, per se stessa, per me, per tutte.

A me piacerebbe parlare di cultura, di quello che si sente in giro per le strade, o fermi al bar, dove basta che affini l’udito per intercettare una discussione tra vari ragazzi che parlano di una da “sfondare”, da “perforare”, come se si trattasse di una destinazione di guerra. Il corpo delle donne è un campo di battaglia, diceva un vecchio slogan, ed è così, perché per quanto si possa dire il contrario su molti corpi delle donne, a prescindere dall’etnia, la cultura, il paese di provenienza dei carnefici, si realizza una guerra in cui non ci sono vincitori né vinti. Si tratta di una generale sconfitta per l’umanità tutta. Possibile che del destino dell’umanità importi solo a quell@ come me?