La scorsa domenica è stata definita una giornata storica, decantata e celebrata da una buona parte degli osservatori nazionali e dei supporters di Tsipras come una vittoria della democrazia. Piazza Syntagma in festa dopo le prime proiezioni che decretavano la vittoria del ‘No’ al referendum, milioni di persone che nelle cabine elettorali rifiutano l’austerità e l’ultimo piano frutto delle trattative tra il proprio governo e i creditori. Tutto molto bello.

Ma al di là della polarizzazione che ha generato la decisione dell’esecutivo greco di arrivare allo scontro istituzionale con l’Europa, nella maggior parte dei casi con caratteri e caratteristiche da derby calcistico (il giorno della settimana scelto per il voto era anche piuttosto adeguato, sotto questo punto di vista), sul campo restano però molti dubbi e possibili critiche all’aura di sacralità con cui tanti stanno onorando i risultati della consultazione. Perché la democrazia è una cosa bellissima, per carità, ma non solo ad Atene.

Il popolo greco ha detto ‘No’ ad un piano che era stato approvato da tutti gli altri diciotto Paesi dell’Eurogruppo. Vogliamo fare due calcoli? Secondo i dati del Ministero dell’Interno greco, il 61,31% degli aventi diritto al voto (circa 9 858 000) ha scelto il ‘No’: considerato che l’affluenza è stata del 62,50% (poco più di 6 milioni di persone, con 5 800 000 schede valide), si tratta di poco più di 3 558 000 greci. O forse sarebbe meglio dire europei. Tale cifra infatti, secondo i dati demografici Eurostat sulla popolazione europea relativi al 2014, corrisponderebbe all’1,1% dei cittadini europei rappresentati dagli Stati membri dell’Eurogruppo, proprio quegli altri 18 parlamenti ed esecutivi che – votando, pur con qualche dubbio e riserva – avevano invece ribadito il proprio supporto al piano di aiuti che Jean-Claude Juncker ha provato a far accettare fino all’ultimo momento ad Alexis Tsipras, vedendosi rispondere “picche”.

Contestualizzando i dati, senza un intento pretestuoso di svalutarlo, senza dubbio si ridimensiona la portata del risultato di domenica: l’1,1% della popolazione ha rifiutato un patto approvato dai rappresentanti del restante 98,9% dei cittadini. Non sembra essere una cosa molto democratica.

Il significato politico del referendum è innegabile, ma simboli e prove di forza (anche se pienamente democratiche, certo) non fanno in modo che gli anziani non piangano più per la disperazione a terra, stanchi, sfiancati, davanti alle banche greche. Soprattutto considerato che molte delle speranze che sono state (e lo sono ancora) riposte in Alexis Tsipras e nel suo governo si trovano ad essere, finora, decisamente disattese. Varoufakis compreso, nonostante la sua ritirata strategica post-referendaria. Un Paese nella situazione della Grecia non può permettersi un esecutivo che, in carica da cinque mesi, passa le sue settimane a negoziare invece che governare: il momento delle intenzioni, come ha sottolineato con decisione anche Guy Verhofstadt mercoledì al Parlamento europeo in risposta all’intervento dell’amico Tsipras, è finito.

E sarebbe potuto finire la settimana scorsa, se il governo greco avesse accettato la proposta last minute di Juncker che andava incontro alle richieste che Tsipras porta avanti da febbraio: concessione del mantenimento dell’Iva al 13% per alberghi e strutture turistiche (presente nella proposta greca), dichiarazione di impegno da parte dell’Eurogruppo a rinegoziare il debito greco in ottobre, considerando dilazioni nei pagamenti e abbassamento dei tassi di interesse. Così non è stato, e si è deciso di andare per il bottino pieno.

Discutere delle regole e dei piani, fino a quando si rimarrà fermi ai propositi senza misure precise – con tempi e cifre – e alle prove di forza politiche, non potrà essere produttivo. Santificare l’operato di una o dell’altra parte, in una circostanza in cui entrambe hanno commesso degli errori, non sbloccherà la situazione. La volontà di aiutare la Grecia c’è ed è realistica, come lo è la volontà dei greci di restare nell’Euro e continuare a far parte del progetto europeo. Nell’impedire una Grexit, che non rientra nei piani di Atene o di Bruxelles, l’Europa farà la sua parte; ma anche la Grecia, con una scarsità di possibilità di appello dettata dalla drammaticità della situazione, deve fare la sua.