“In Telecom Italia succedono una serie di cose. Ricordo a tutti che Deutsche Telekom ha la Cassa Depositi tedesca dentro, che Orange ha la Cassa francese dentro. Non è che i nostri concorrenti sono tutti angiolini e agnellini e noi i più puri. E allora ci sono dei momenti in cui uno si prende delle responsabilità“. Parola del consigliere del premier, Andrea Guerra, ritenuto da più parti il deus ex machina dell’improvvisa rivoluzione ai vertici della società pubblica che gestisce i risparmi postali degli italiani e che, per statuto, non potrebbe investire in aziende in perdita come Telecom Italia, come ricordato più volte dal presidente uscente della Cdp, Franco Bassanini. “Secondo me è cambiato il momento, è cambiata l’era. Bisogna essere più incisivi e forse delle persone diverse possono essere più incisive. Se poi uno vuole credere a questo discorso, ci crede. Sennò costruisce, giustamente, i suoi palazzi un pò ideologici”, ha aggiunto Guerra.

Il consigliere di Matteo Renzi ha però nicchiato alla domanda diretta sull’ingresso della Cassa in Telecom: “Non ho alcuna voce in capitolo sulla strategia futura di Cassa. E la mia opinione interessa a me e pochi altri. Punto”. Alla Cassa Depositi e Prestiti, ha aggiunto, “ci sono delle cose in più che possono essere fatte. Prendiamoci delle responsabilità. Immaginare che tutto questo (il ricambio ai vertici, ndr) venga fatto per l’Ilva mi sembra un po’ una follia. Io ho disperatamente cercato di far sì che Metroweb e Telecom Italia trovassero un accordo. Ho fatto di tutto, di più. Non dico che Telecom non ha voluto l’accordo, dico che una serie di condizioni non hanno consentito di chiudere”. Ma, ha continuato Guerra, “togliamo Telecom Italia dal tavolo. Parliamo di Parmalat: sarebbe stato giusto (dopo il default, ndr) che un fondo partecipasse al capitale, per portare la società in qualche luogo? Forse sì, forse no. Poi tutti dicono che lo Stato non è intervenuto a difendere Parmalat, che non è intervenuto in Pirelli….”.

L’ex ad della Luxottica ha in ogni caso tenuto a precisare che la Cassa Depositi e Prestiti non diventerà l’Istituto per la Ricostruzione Industriale del XXI secolo. “Immaginare un’Iri oggi non credo sia all’ordine del giorno”, ha detto per poi ricordare appunto che “per statuto la Cdp può fare tutto, tranne investire in aziende decotte. Mi sembra il minimo sindacale. Detto questo, gli organi della Cdp andavano in scadenza tra un anno, il piano industriale è stato completato, serve una maggiore incisività, una maggiore proattività, e forse qualche idea in più. Ci sono persone disponibili che il mondo ci invidia. Allora perché non avviare un percorso otto mesi prima?”.