L’odore di bitume la avverti fino a tre chilometri di distanza. Il diametro di un capoluogo medio di provincia: una città come Savona, per intenderci. Dove a quell’odore acre potrebbero presto farci l’abitudine. Qui, nella capitale italiana delle crociere, sta per salpare anche il progetto di un deposito di bitume in porto, a 300 metri dalla darsena e dal Priamar, la splendida fortezza – costruita tra ‘500 e ‘700 – simbolo della città.

Questa volta a colare non è il solito cemento, ma un mix di idrocarburi allo stato liquido che – secondo gli esperti – produce sostanze chimiche altamente tossiche e potenzialmente cancerogene. Il tutto a due passi dalle grandi navi passeggeri. Da pub e ristoranti, turisti e passeggiate a mare. Ma soprattutto da un angolo di centro storico già sfregiato con il benestare di centrosinistra e centrodestra che qui negli anni scorsi hanno voluto un grattacielo, un crescent fratello di quello di Salerno e tanto tanto cemento.

A lanciare l’allarme è un’interrogazione depositata nei giorni scorsi da quattro consiglieri comunali appartenenti al Movimento 5 Stelle, al gruppo misto e a due liste civiche. Compatti nel chiedere chiarimenti su un’opera che “rischia di provocare un danno irreversibile per la città e per la salute delle persone – spiega Daniela Pongiglione della lista Noi per Savona – Si tratta di bitume allo stato fuso, che produce idrogeno solforato. Una sostanza mortale se inalata in grandi quantità e tossica anche in piccole dosi, in caso di esposizione prolungata nel tempo”. Non solo. “Siamo di fronte a un materiale altamente infiammabile. Una bomba ad orologeria nel cuore della città turistica”.

Dell’impianto, che dovrebbe servire alla movimentazione e lo stoccaggio di bitumi speciali, si comincia a parlare nel dicembre 2011, quando la pratica finisce sul tavolo dell’amministrazione comunale. Costo dell’operazione: più di 15 milioni di euro, per una capacità di stoccaggio di 45mila tonnellate l’anno. A volerlo con forza è l’Autorità portuale dell’allora presidente Rino Canavese, vero e proprio dominus delle banchine e dal 1996 al vertice del porto savonese. Ci resterà fino all’ottobre 2012. Prima di congedarsi, fa in tempo ad appaltare il progetto del mega-deposito alla Bit Savona Scrl, la società cooperativa di cui fa parte al 45% il gruppo Gavio. Lo stesso gruppo che pochi mesi dopo assumerà proprio l’ex presidente del porto ed ex parlamentare leghista Canavese con un ruolo manageriale di prestigio.

Il 19 gennaio del 2012 – in tempi record – il comune convoca la Conferenza dei Servizi. Ma chi si aspettava un ampio dibattito su un’opera così importante sarà rimasto deluso. All’appello, quel giorno, mancano quasi tutti i soggetti principali della città, dalla Asl alla sovrintendenza. Ma, soprattutto, il Comune stesso. “Un’assenza grave” si legge nell’interrogazione parlamentare di Pongiglione e colleghi. Che snocciolano dati e numeri da far tremare i polsi. “Nove depositi (di cui 3 alti 19 metri) lungo la diga foranea, una movimentazione ipotizzata a regime fino a 400.000 tonnellate annue, con traffico di mezzi speciali per il trasporto di bitume fuso (145°- 165° centigradi) fino a 100 camion e a un treno al giorno”. Per trovare un termine di paragone accettabile, bisogna volare fino al Nuovo Galles del Sud, dove per un impianto simile a quello di Savona l’amministrazione locale ha fornito una serie incalcolabile di prescrizioni. “Una, in particolare – prosegue Pongiglione – prevede che un deposito di bitume deve essere realizzato almeno un chilometro fuori dalle città. Qui siamo a 300 metri dal centro abitato e a 700 dal Duomo…”.

Di tutto questo nelle relazioni tecniche presentate dalla Bit non c’è traccia o quasi, pressoché ignorati i rischi per la salute o ambientali. L’unico ad alzare un sopracciglio in giunta era stato, due mesi fa, l’assessore all’Ambiente Jorg Costantino, rispondendo ad un’interpellanza sul deposito di bitume. “Bisogna riaprire le carte” aveva detto. Ilfattoquotidiano.it ha provato a contattarlo, senza ricevere risposta. Ma il progetto va avanti a tappe forzate sotto la spinta dell’Autorità portuale – il vero padrone della città – e con il tacito consenso del sindaco Federico Berruti, renziano della prima ora e candidato mancato del centrosinistra alle ultime regionali liguri. “È più impegnato ad occuparsi delle primarie del Pd che dei problemi del territorio” incalza Pongiglione. Stando alla tabella di marcia, l’opera dovrebbe partire ufficialmente nel 2016, per essere completata nel 2017.  Mentre la vicina Vado Ligure fa i conti con l’inchiesta Tirreno Power, chiusa pochi giorni fa con 86 indagati – tra cui anche l’ex Presidente della Regione Liguria  Claudio Burlando e la sua intera giunta – a Savona qualcuno sente già odore di deja-vù. Aspettando quello di bitume.

di Ferruccio Sansa e Lorenzo Tosa